Corriere della Sera, 7 settembre 2026
Chi è iper-connesso è anche iper-isolato
La nostra è un’epoca di saturazione percettiva nella quale l’informazione ha cessato di essere uno strumento di emancipazione per trasformarsi in una nuova forma di dipendenza volontaria da notizie. Il consumo compulsivo di telegiornali e talk-show geopolitici o su fatti di cronaca relativi a casi giudiziari ritenuti irrisolti, non descrive più il desiderio di partecipare al dibattito pubblico, ma riflette una vera e propria subordinazione da informazione. Una bulimia di notizie, che nasconde un paradosso: più si ha conoscenza di dettagli raccapriccianti e aggiornamenti dell’ultima ora, meno si ha capacità di comprenderne la reale complessità. I palinsesti televisivi moderni sfruttano abilmente questo meccanismo biologico attivando un ciclo della dopamina identico a quello che si riscontra nel gioco d’azzardo o nelle dipendenze da sostanze. Si crea così la perversa illusione di avere una maggiore consapevolezza degli accadimenti mentre in realtà si alimenta una profonda anarchia cognitiva. Una patologia del nostro tempo che Zygmunt Bauman, teorico della «modernità liquida», aveva ampiamente profetizzato prevedendo lo smarrimento dell’uomo contemporaneo di fronte a un flusso informativo privo di filtri, di gerarchie e di centri di gravità.
Il servizio informativo ha in larga misura abdicato alla funzione di mediare la realtà per sostituirsi alla stessa creando simulacri che appaiono più verosimili del vero. Un contesto nel quale il cittadino anche se iper-connesso, è isolato dal punto di vista sociale, ridotto per lo più a terminale passivo che consuma eventi drammatici senza avere il tempo oggettivo di metabolizzarli. L’indignazione temporanea da salotto e l’angoscia da telecomando si sostituiscono alla vera azione politica e sociale alimentando la convinzione di esercitare il proprio dovere democratico restando incollato allo schermo.
La costante spettacolarizzazione delle tragedie umane, ridotte a mero intrattenimento seriale tra uno spot pubblicitario e l’altro, provoca una progressiva atrofia dell’empatia e della solidarietà. Il dolore del mondo viene estetizzato, impacchettato e normalizzato per scopi commerciali. La reiterazione continua delle medesime immagini di crisi svuota il dramma del suo originario peso etico, anestetizzando la coscienza profonda del pubblico. L’accanimento nel volerne sapere sempre di più si rivela, alla fine, un macabro rito esorcizzante che induce a guardare l’abisso attraverso lo schermo protettivo dei media per rassicurarci del fatto che la sventura sta inghiottendo qualcun altro.
Lo spazio informazionale ha edificato una prigione invisibile in cui l’onniscienza apparente coincide con l’ignoranza funzionale. Per ritrovare un rapporto sano e autentico con la realtà, è diventato urgente superare l’assuefazione alla notizia immediata e riscoprire l’elogio della lentezza, della riflessione e del silenzio meditativo. Solo distaccandosi dalla attualità ansiogena, possiamo sperare di trasformare il rumore di fondo in pensiero critico autonomo, restituendo alla persona la dignità di un uomo libero e non più di uno spettatore angosciato.
Per riappropriarsi del proprio tempo e della propria mente, è necessario svincolarsi dalla narrazione imposta tornando ad osservare i fatti con lucidità. Il vero potere intellettuale risiede nel dubbio, nella verifica delle fonti e nell’attitudine ad elaborare conclusioni autonome difendendo la propria capacità di giudizio. Non si tratta di mettere in discussione ogni cosa ma semplicemente di evitare di subire passivamente la verità degli altri, imparando come pensare e non cosa pensare.