Il Messaggero, 5 settembre 2026
Norvegia, il fondo sovrano taglia la quota di Treasury
Da quasi trent’anni il petrolio del Mare del Nord finanzia in parte il debito pubblico americano. Il fondo sovrano della Norvegia, il più grande al mondo con 2.300 miliardi di dollari in gestione, ha usato una parte di quei ricavi per accumulare Treasury, diventando uno dei principali creditori di Washington. Ora vuole ridurre quella quota.
In una lettera inviata al ministero delle Finanze di Oslo e resa pubblica venerdì, Norges Bank Investment Management propone di tagliare dal 70 al 50% il peso dei titoli di Stato nella componente obbligazionaria del portafoglio, spostando risorse verso corporate bond e mutui cartolarizzati per cercare rendimenti più alti. Così i Treasury passerebbero dal 34,1% al 21,9% della componente obbligazionaria: per Bloomberg, il taglio ridurrebbe la quantità di bond americani detenuti dal fondo di 75 miliardi di dollari. I titoli governativi dell’area euro passerebbero invece dal 16,8% al 14,1%, mentre salirebbero i bond giapponesi, dal 4,6% al 7,4%, e le obbligazioni societarie americane, dal 16,2% al 27,6%.
Il fondo propone anche di cambiare il criterio con cui pesa i titoli di Stato in portafoglio, passando dal pil dei singoli Paesi al valore di mercato del debito, un metodo che secondo Oslo riflette meglio un mondo in cui quasi tutte le economie avanzate hanno livelli di debito elevati.
Tra le novità anche l’ingresso dei mutui cartolarizzati garantiti da Fannie Mae, Freddie Mac e Ginnie Mae, che secondo Norges Bank tendono a guadagnare valore quando le Borse scendono, un comportamento più simile a quello dei titoli di Stato che a quello delle obbligazioni societarie. Nel nuovo indice peserebbero per circa il 13%, oggi assenti.
Il fondo gestisce 592 miliardi di dollari in obbligazioni e 1.650 miliardi in azioni, con una quota vicina all’1,5% di tutte le società quotate al mondo. Nel primo semestre ha registrato un utile record di 184,9 miliardi di dollari, secondo Quartz, trainato dai titoli tecnologici asiatici e dal comparto dei semiconduttori.
Il piano arriva mentre i rendimenti dei Treasury a lungo termine sono ai massimi da decenni e il debito pubblico americano ha superato i 40.000 miliardi di dollari. L’economista Mohamed El-Erian ha detto a Cnbc che «gli acquirenti affidabili dei Treasury sono sotto pressione», citando Giappone, Cina e i Paesi del Golfo, tutti alle prese con un riequilibrio dei propri portafogli. Uno studio del Council on Foreign Relations pubblicato il 2 settembre osserva che il ritiro degli acquirenti meno sensibili al prezzo, come le banche centrali estere, sta lasciando spazio a investitori privati che chiedono rendimenti più alti per finanziare il debito Usa.
Il programma di riduzione del bilancio della Fed avviato da Kevin Warsh, secondo lo studio, rischia di accentuare questa dinamica proprio mentre il disavanzo pubblico degli Stati Uniti resta vicino al 5,8% del pil. Un deficit così alto, unito al ritiro dei grandi acquirenti stranieri, significa in pratica che l’America dovrà pagare di più per finanziare il proprio debito, con effetti a cascata sui mutui, sui prestiti alle imprese e sul costo del denaro per tutti.