ilfattoquotidiano.it, 6 settembre 2026
Il Kenya vuol cacciare i piccoli bottegai stranieri
Poveri contro disperati, in Kenya. Se non è guerra, poco ci manca. Di sicuro è una bomba sociale pronta a deflagrare
A innescarla è stato il presidente della Repubblica, William Ruto, 59 anni, parlando nella State House, mercoledì scorso, ai commercianti del MSMEs (organizzazione delle micro, piccole e medie imprese). “Da lunedì 7 settembre – ha dichiarato il capo di uno Stato che ha ben 3 milioni di suoi cittadini che vivono e lavorano all’estero – gli stranieri coinvolti nella vendita ambulante e nel piccolo commercio al dettaglio dovranno chiudere le loro attività, o subire delle sanzioni”.
In pratica finiranno in mezzo alla strada migliaia di migranti che lavorano nei saloni di barbieri e di bellezza, nell’edilizia (che sta devastando lo skyline di Nairobi), nella vendita di capi di abbigliamento, cibo e articoli per la casa, o fanno i tassisti sui boda boda o piki piki (taxi a 2 ruote) o i venditori ambulanti di ogni genere di mercanzia.
Possibili pesanti reazioni
Se in Italia l’8 settembre del 1943 è stata una data “fatale”, in Kenya rischia di esserlo il 7 settembre 2026. La “direttiva” presidenziale che impone una stretta sui proprietari stranieri di microimprese, o su lavoratori di origine non keniana, anche se legalmente residenti e con tanto di autorizzazione a gestire attività commerciali, potrebbe provocare conseguenze e reazioni pesanti. Nel Paese e negli stati circostanti.
In Kenya hanno fatto subito sentire la loro voce una decina di organizzazioni della società civile (Refugee Legal Networks, International Rescue Commitee, Jesuit Refigee Service Kenya etc).
Documento duro
In un duro comunicato, denunciano “l’incostituzionalità della direttiva, che se applicata indiscriminatamente sarà una violazione delle leggi internazionali e locali. E provocherà discriminazioni, xenofobia, maltrattamenti, arresti arbitrari, confisca di beni, estorsioni e punizioni collettive della popolazione più vulnerabile (rifugiati, richiedenti asilo…).
Il che è già avvenuto. Come risulta ad Africa Express, le forze dell’ordine, con zelo degno di miglior causa, avrebbero già scatenato “la caccia al migrante” nell’area Jamuhuru estate, effettuando diversi arresti.
“La decisione governativa – continua il documento – costringerà a porre fine alla loro attività economiche e quindi ai loro mezzi di sostentamento senza che queste persone possano essere rimandate ai i Paesi di origine dove la loro vita è in pericolo”.
Il Kenya ospita già – secondo il Dipartimento degli Affari della Diaspora – 857 mila rifugiati e richiedenti asilo registrati, di cui quasi il 14 per cento residenti in aree urbane.
Somali gruppo più numeroso
I somali costituiscono il gruppo più numeroso e molti vivono nel Paese da decenni. Più della metà dei rifugiati somali ha meno di 18 anni e ha trascorso tutta la vita nel campo profughi di Dadaab (verso il confine somalo). Migliaia invece si sono trasferiti nella capitale, nel quartiere Eastleigh, dove hanno creato una “potente” comunità, ribattezzata la Piccola Mogadiscio. Una vera e propria lobby, in grado di gestire commerci, imprese, sicurezza, mano d’opera e manovalanza da…manovrare, con la quale il governo di William Ruto dovrà fare i conti.
Un altro gruppo è costituito dai rifugiati sud-sudanesi, fuggiti dall’instabilità politica e da una brutale guerra interna. Essi risiedono principalmente nel campo di Kakuma (contea nord occidentale), tra i più grandi del mondo e non meno brutale.
Libera circolazione Paesi EAC
Negli ultimi anni, l’aumento della violenza e dei conflitti politici o la ricerca di migliori condizioni di vita in Etiopia, Burundi, Repubblica Democratica del Congo ha contribuito all’incremento del numero di persone che hanno cercato salvezza in Kenya. Un flusso favorito anche dalla relativa libertà di circolazione delle persone nella Comunità dell’Africa orientale (EAC), il blocco regionale composto da otto Paesi (Congo-K, Burundi, Kenya, Rwanda, Somalia, Sud Sudan, Uganda e Tanzania).
Proprio questa libertà di circolazione sarebbe messa in discussione e potrebbe causare pesanti ripercussioni con e nel “vicinato” hanno fatto notare alcuni osservatori keniani. La drastica mossa di Ruto, con il suo sapore nazionalprotezionistico, oltre che elettoralistico (fra circa 330 giorni si vota) mira a difendere i commercianti che avevano appena finito di protestare contro un aumento dei costi sulle importazioni.
Accelerare iter legislativo
La radicale contromisura annunciata dal rais nell’assemblea di mercoledì è stata chiara: “Dalla prossima settimana, tutti i commercianti stranieri che gestiscono piccole attività commerciali dovranno chiuderle. Accelererò l’iter legislativo per escludere gli stranieri da determinati settori commerciali. Il Kenya resta aperto agli investimenti stranieri, ma gli investitori, compresi i commercianti cinesi, dovrebbero creare posti di lavoro ed espandere la produzione, piuttosto che competere con le piccole imprese keniote. Non è possibile che una persona venga dalla Cina, o da qualsiasi altro luogo, per fare il venditore ambulante, o aprire un piccolo negozio”.
Già nel giugno scorso era squillato un campanello di allarme. La deputata di Dagoretti North, Beatrice Kadeveresia Elachi, 53 anni, aveva accusato alcuni imprenditori di preferire i lavoratori stranieri ai kenioti, soprattutto nell’edilizia, perché costavano la metà.
Perfino due noti economisti, Daniel Karoki e Ken Gichingua, intervistati dai media locali, capiscono la ragione del provvedimento presidenziale, ma lanciano degli allarmi. Fanno notare come molti di questi immigrati (dipendenti o piccoli imprenditori) sono in regola con le leggi e contribuiscono allo sviluppo dell’economia nazionale.
Rischio ritorsioni
Poi c’è la minaccia di ritorsioni dai Paesi vicini e di una frattura politica nella Comunità dell’Africa Orientale. Senza trascurare le migliaia di kenioti “espatriati” per lavoro negli nei Paesi del Golfo e in quelli più vicini. Ha scritto pochi mesi fa The Kenyan Wall Street: “Nel 2024 la Tanzania con quasi 7 milioni di dollari e l’Uganda con quasi 6 milioni sono state abbondanti fonti di rimesse verso la madrepatria da parte di suoi concittadini emigrati”.
Se venisse usato lo stesso metodo che succederebbe? Insomma – concludono – occorre un approccio molto prudente nell’attuare il crackdown.
Resta, quindi, l’interrogativo drammatico: da lunedì, ammesso che il provvedimento trovi una legge che lo giustifichi, quale sarà il destino di migliaia di migranti che hanno scelto il Kenya come rifugio dalla loro disperazione?