il Fatto Quotidiano, 6 settembre 2026
Intervista a Massimo Wertmüller
Quando il provino?
Oggi pomeriggio.
Con 50 anni di carriera, un provino?
Ho sostenuto provini anche per ruoli piccoli, da una o due pose.
C’è una morale?
Il problema è che si nun ce vai, risulti pure uno stronzo.
Meglio di no.
Il mio mestiere è complicato, non è molto meritocratico, e non esiste curriculum che valga, non esiste memoria.
Cosa esiste?
Sicuramente premiano la fortuna e l’occasione; poi incidono i salotti buoni, i gruppi, le conoscenze giuste; (pausa) da tutto questo escludo chi arriva meritandoselo e quando accade ti si apre il cuore.
Insomma, dopo 50 anni di carriera, accetta i provini.
In generale mi sento come uno a cui non è dovuto nulla.
Sempre in discussione.
Grazie al rapporto di parentela con Lina (Wertmüller, sua zia) soffro della sindrome dell’impostore: ho perennemente la preoccupazione che da un momento all’altro qualcuno mi possa scoprire.
(Eppure Massimo Wertmüller si è scoperto, e bene. Si è scoperto come attore, con le diverse sfumature di una tavolozza ricca di colori, emozioni e riflessioni: dagli esordi nei film di Lina Wertmüller, per passare dai padri del cinema italiano come Ettore Scola e Gigi Magni. Si è scoperto come uomo, come “animale” sociale sempre in grado di indignarsi e dire “no” come per l’appello del
Fatto sull’ultimo Referendum. E poi si è scoperto pure come nei legittimi rimpianti di chi la testa la collega allo ieri, all’oggi e al domani: “Ho sbagliato a non continuare con La Zavorra”)
Sindrome mai affievolita?
Direi di no; (sorride, cambia tono) sul palcoscenico tengo sempre le chiappe strette, perché è una sfida figlia di quella sindrome.
Zia persiste. Non molla.
Ancora cammino per strada e trovo qualcuno che mi fa: “Saluti a mamma”. E io: “Prima cosa non c’è più. E poi la conosceva?”. Capito? mi trattano pure come fossi stato il figlio.
Ripetiamo: 50 anni dal debutto, giovanissimo.
In realtà sono iscritto al Collocamento da quando avevo soli 17 anni, con una compagnia fondata con alcuni amici: ci esibivamo dentro le cantine, invece di andare in discoteca.
Bello.
In quegli spettacoli non funzionava nulla: le luci si spegnevano, la musica non partiva, nonna rideva insieme a Lina.
Avanguardia.
Papà prima di uscire di casa si rivolgeva a mamma: “Anche questa sera c’è l’attentato allo scroto?”.
In realtà, come eravate?
Appassionati. Portavamo in scena l’Edoardo II con Gianni Clementi che ancora non conosceva la dizione, poi l’attrice che interpretava la regina sembrava avesse una polpetta in bocca; il re, Emidio La Vella, non riusciva mai a morire.
Perché?
Chi doveva spegnere le luci si distraeva con le parole crociate, quindi Emidio, da terra, sussurrava “le luci, mortacci vostra”.
C’è qualche ripresa?
Purtroppo no, ma ci credevamo.
Già ci credeva.
Da subito, anche quando a scuola portavamo in scena La passione di Cristo ed ero solo la voce di Jacopone da Todi: recitavo chiuso nello sgabuzzino tra scope e secchi. Però mi piaceva.
Cosa?
Essere altro, dare vita all’altro, cogliere il colore psicologico; mi piaceva entrare dentro a caratteri, a sensibilità differenti con tutta la mia biblioteca di emozioni.
E poi c’è il piacere del successo.
Il nostro successo non dovrebbe essere quello di venir riconosciuti per strada o di finire sui giornali di gossip, ma di aver vinto la sfida con il personaggio e trovare il gradimento delle persone.
È finito sui giornali di gossip?
Non mi si sono mai filati, neanche nei periodi di grande successo.
Quali sono stati?
Le serie televisive come La squadra e Ris, e prima con il gruppo comico La Zavorra.
La Zavorra è nel mito.
Eravamo troppo giovani per capirlo.
Spiazzati.
Dovevamo insistere e saperlo gestire, invece siamo caduti in delle grezze clamorose.
Esempio.
Tra un po’ ci cacciano a calci dalla Grolla d’oro a Saint Vincent.
Come mai?
Ci eravamo ubriacati, parlavamo a pernacchie. Un macello; (abbassa di un tono) ci piaceva il nostro lavoro, per noi era un divertimento, non sapevamo come comportarci.
Goliardia.
Sempre alla Grolla becchiamo i Tears for Fears (celebre band britannica) che parlano male degli italiani. Io e Rodolfo Laganà a momenti li picchiamo, gli siamo andati sotto.
Lei aggressivo?
(Sorride, gigione) Ora prendo una pasticchetta per reggere l’irascibilità.
Ha un’immagine elegante con grande aplomb.
Eh, lo so. Ma posso diventare qualunque cosa, in un minuto.
In macchina manda a quel paese?
Orca miseria boia; poco tempo fa ho litigato con un operaio che mi avrebbe magnato in una sola portata. Per fortuna si è impressionato dalla mia reazione e se n’è andato.
Torniamo al cinema: Stefano Reali ha indicato Gigi Magni come uno dei più grandi poeti romaneschi del 900. Lei ci ha recitato.
Anche un grande cantastorie. Con lui ho girato In nome del popolo sovrano ed Esercizi di stile (film collettivo, a più registi). Quest’ultimo era un progetto meraviglioso che non è uscito neanche nelle sale parrocchiali; (pausa) per me Gigi Magni è stato un secondo padre, mentre Gigi Proietti un fratello maggiore.
Nel film In nome del popolo sovrano ci sono Alberto Sordi e Nino Manfredi.
Sordi era un pio, un devoto: durante le riprese del film è morto suo fratello, eppure è arrivato sul set di Ferrara serenissimo. Noi stupiti. E ripeteva, in sostanza, che era andato nelle braccia del Padre Eterno; secondo Gigi Magni, Sordi aveva prima di tutto realizzato se stesso, ma come cattolico, e questo lo rendeva accogliente.
E Manfredi?
Ha sempre vissuto di un’intelligenza viva e pure cattiva, nel senso che sfidava la vita; (cambia tono) mentre giravamo ci invita a pranzo uno degli ultimi feudatari emiliani, nostalgico del fascismo, con una parte della fattoria che riproduceva una passeggiata del Ventennio, tra negozi fascisti e manichini in fez. Gigi vede tutto questo e reagisce: “Qui non ce mangio”.
Comunista vero.
Lo erano tutti, ma alla fine lo convinciamo a restare; mentre entriamo nella sala non vedo più Sordi. Lo cerco e scopro che lo stesso feudatario collezionava pure animali esotici e becco Alberto davanti alla gabbia delle scimmie mentre ci parla.
Con le scimmie?
“Ma chi sete? “Ma che voi? No, nun te conosco… nun te conoscooooo” (imita Sordi alla perfezione).
Sul set accanto a Sordi.
A volte improvvisava. Nel film di Magni ero suo figlio e in una scena dovevo svegliarlo: già il suo russare era esilarante, comunque mi avvicino, lo chiamo “papà, papà”. “Eh, chi è?”. “Ma che stavi a dormi’?”. “Nooo, stavo a canta’…” Ecco, “stavo a canta’” è uscito così e avevo le lacrime per le risate.
Non semplice.
Durante la prima proiezione eravamo seduti accanto: a ogni scena carina, con me protagonista, mi regalava un pizzicotto di approvazione.
Prima ha nominato Proietti.
Con lui ho imparato la gioia, il piacere di stare in scena; (pausa) era l’unico in grado di farmi ridere e si sentiva bene, anche fisicamente, quando gli altri ridevano.
Il palco lo soffre o lo soffriva?
Una sera, un dottore, non voleva mandarmi in scena.
Che era successo?
Pressione troppo alta “non puoi entrare”; (ride) un’altra volta ho consumato un rotolo di carta igienica.
Però…
Quando inizia lo spettacolo cambia tutto, passa tutto, pure se hai quaranta di febbre e la flebo in vena.
Accaduto?
Certo, a Napoli, con il Sannazaro pieno.
Lo guarda il pubblico?
Fino a qualche anno fa ero miope e il miope è aiutato perché non vede nulla, così si concentra sul testo. Tempo fa mi sono operato agli occhi e ora mi accorgo pure se uno estrae un fazzoletto per il naso.
E se uno spettatore accende il cellulare?
Mannaggia la morte! So io che farei con quel cellulare.
Ancora cinema: Ettore Scola.
Con lui ho recitato in Il viaggio di Capitan Fracassa. E mi ha accolto così: “Senti Massimo, ti vesti come un pellegrino in visita al papa. Tieni, vai a nome mio” e mi dà un biglietto da visita: era quello di un noto stilista. Ettore era un uomo spiritosissimo e molto salace. Uno che ti metteva alla prova.
Ha vissuto e incontrato il gotha.
Davvero, altri tempi, quando anche i macchinisti arrivavano sul set in giacca e cravatta per non deludere il maestro Fellini. Qualcosa significherà?
Cosa?
Che partivi dal dettaglio e arrivavi al tutto e quel tutto era particolarmente curato. La competenza era la conditio sine qua non.
Ha recitato in Sotto.. sotto.. strapazzato da anomala passione con Veronica Lario.
(Gli esce un tono alla Sordi) Lasciamo perde’, va’.
Insistiamo.
Quanto s’incazzò Lina.
Come mai?
Era incinta e non l’aveva detto: l’ultima scena è girata con una controfigura.
Pur di stare sul set con Lina Wertmüller, il bluff ci sta.
Sì, ma Lina menava.
E mordeva.
Otto punti sul dito di De Crescenzo perché non sopportava il suo gesticolare. Allora quel dito lo ha addentato. Ed era un amico di famiglia, pensi se fosse stato un altro.
Cosa ha imparato dalla vita?
A cercare di essere sempre corretto, perbene, perché tutto è perduto fuorché l’onore; e poi bisogna essere d’accordo con se stessi il più spesso possibile.
Sembra la sintesi dei “maestri” citati prima.
Loro andavano a dormire sicuramente sereni: vita e arte stavano insieme; (ci pensa) facevano ridere ma non rinunciavano mai al messaggio sociale e politico, poi c’erano alcuni che affondavano tutte e due le mani nella politica come Elio Petri o Francesco Rosi.
Da ragazzo, grazie a sua zia, arrivavano in casa questi personalità.
Da Lina, a Fregene, passavano in tanti e quando anche io stavo lì, mi educava.
Cioè?
Magari mi piazzava dei libri sotto le ascelle e urlava “come mangi!” con Fellini o Rosi che ridevano; oppure “cammini come un orso” e quei libri finivano sulla mia testa, come le modelle. E ancora: “Leggi, stronzo”.
Papà e mamma non la difendevano?
Certe litigate. Che terminavano con le seguenti parole di Lina: “Allora fa’ come cazzo te pare”.
Montessoriana.
Sa quante scelte professionali e private ho sbagliato per lei?
Come per l’addio a La Zavorra, spiegato al Corriere.
Dovevo portare avanti quel progetto, ma lei è intervenuta: “Vuoi diventare un comico o un attore?”; (ci pensa) tra me e mia zie c’era comunque amore e Lina Wertmuller non ci nasciamo tutti, ognuno dovrebbe avere la sua strada.
Fellini o Rosi la intimorivano?
Un po’. Fellini mi voleva in 8 e 1/2.
E… ?
Sul set piansi tutto il tempo e ripetevo “mamma portami via”. Fino a quando Fellini ha consigliato a mia madre di accontentare la richiesta “altrimenti ho paura di trovarmelo sulla coscienza”. Mi vergognavo troppo.
Ahi.
L’ultimo mestiere che volevo fare era quello dell’attore.
A scuola studiava?
Insomma.
Partecipava alle proteste.
Sì, ma in realtà andavo a giocare a tennis con Marco Cavola, fratello mai avuto, ma ero ancora più forte a ping pong.
Lei chi è?
(Ci pensa a lungo) È riduttivo rispondere con la sindrome dell’impostore?
No…
Oppure va bene quella del mio profilo: “Non mi avrete”. Scelga lei, ma non dimentichi mia moglie, Anna Ferruzzo, che continua a essere il mio vero e unico motore