Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  settembre 06 Domenica calendario

Bibi, battaglia sui verbali del 7 ottobre

Se i vertici della sicurezza lo avessero svegliato tempestivamente nelle ore precedenti il massacro sferrato da Hamas, avrebbe mobilitato l’esercito, allertato le comunità di confine, forse neutralizzato l’attacco nemico. La miglior difesa è l’attacco – è la dottrina Netanayhu – da ribadire come un mantra: lui non è responsabile; è lui la vittima; qualcun altro ha fallito.
Ma il peso della responsabilità del 7 ottobre, che nelle elezioni d’autunno rischia di affondare il premier israeliano, è più ingombrate di qualunque altro ostacolo che HaKosem – il Mago, in ebraico – si sia mai trovato ad affrontare.
Prima ancora della scadenza elettorale, il prossimo 27 ottobre, Israele si troverà ad affrotare la terza commemorazione dell’evento più traumatico e luttuoso della sua storia.
A riaprire il dossier delle prime ore del 7 ottobre è la tv pubblica Kan: secondo la ricostruzione, Netanyahu, svegliato alle 6,29, non parlò con il capo di Stato Maggiore, l’allora ramatkal Herzi Halevi, fino a oltre tre ore dopo. Applicando la strategia del contrattacco, per smentire il servizio, l’ufficio del premier ha pubblicato l’agenda del primo ministro. Ma la cronologia ufficiale, finita sotto la lente d’ingrandimento dei media e degli sfidanti di Netanyahu – a loro volta ex premier ed ex vertici militari – ha finito per far risaltare le mancanze, le inadeguatezze, i passi falsi.
Alle 6,29 del 7 ottobre Netanyahu fu svegliato davvero: ricevette aggiornamenti; parlò con l’allora ministro della Difesa, Yoav Gallant; chiese valutazioni sulla mobilitazione dei riservisti. Ma fino alla prima riunione delle 9,55 alla Kirya, il centro nevralgico della Difesa a Tel Aviv, non ebbe un confronto diretto con il ramatkal Halevi; né con il capo dello Shin Bet, i servizi segreti interni, Ronen Bar; non ordinò la chiusura del confine di Gaza; né la totale mobilitazione dell’esercito. A quel punto, l’assalto di Hamas stava andando avanti da tre ore. L’esercito, intanto, aveva avviato la mobilitazione, anche senza direttive politiche.
La battaglia che Netanyahu ha intrapreso sui verbali, sugli orari e sulle telefonate – punti che una commissione statale d’inchiesta indipendente dovrebbe peraltro indagare ma il premier fin qui si è sempre opposto – appare fragile e controproducente. Soprattutto nel clima di emotività che accompagna le prossime elezioni.