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 2026  settembre 06 Domenica calendario

Intervista a Gianluca Gazzoli

La mappa della Milano di Gianluca Gazzoli l’ha disegnata Leonardo da Vinci più di cinquecento anni fa: c’è sempre di mezzo un Naviglio. «Sono nato a Vigevano, sul Naviglio Sforzesco. Da bambino pedalavo lungo la Martesana, in via Idro, per andare a trovare i miei compagni di scuola. Io vivevo a Cologno, loro dalle parti di via Padova. La mia prima web radio, Malibu, era al Ticinese. E il mio battesimo al microfono in un’emittente vera, Number One, è stato in via Melchiorre Gioia, che nasce dal ponte delle Gabelle», racconta l’inventore di “Passa dal BSMT”, il podcast italiano più ascoltato. Lungo il Naviglio, a Cernusco, dove vive, va a correre tutte le mattine. Il pomeriggio è invece a Radio Deejay, dove conduce Gazzology, ora promosso dalle 16 alle 17, in anticipo rispetto alla vecchia fascia oraria. «Gli studi di via Massena, in tanti anni, li ho conosciuti nella quiete del mattino e nel viavai delle ore di punta. Ma già prima, da bambino, nella mia cameretta, li avevo sognati. Come sognavo Milano».
Eppure non si è mai trasferito a vivere in città. Perché?
«L’ho sempre vista come una terra da conquistare. Resto fuori per scelta. La periferia è diventata una mia cifra: o ti inghiotte, o ti dà la spinta per arrivare dove vuoi. Qui ho la quiete per crescere le mie bambine. E dico sempre che in fondo resto un ragazzo di Cologno. Trasferendomi a Cernusco, paese carino, ho fatto il percorso di Ryan, protagonista della serie The O.C.: dalla ruvida Chino alla scintillante Orange County».
A Milano c’è il Basement, dove ha intervistato grandi attori, sportivi e scrittori.
«La collocazione esatta non la comunico, per preservare lo spirito del posto: non solo uno studio, ma un luogo dove ricevere gli amici, vedere insieme le partite dell’Nba».
Viste le dimensioni raggiunte da “Passa dal BSMT”, è complicato custodire il segreto?
«Diciamo che quando Charles Leclerc ha parcheggiato davanti all’ingresso la sua Ferrari Purosangue per venirmi a trovare, i vicini qualcosa devono essersi chiesti. Ma già da tempo le signore del palazzo, con aria furtiva, mi avvicinavano dicendomi: “Guardi che ho capito cosa succede lì sotto”. Mi diverte, mi fa sentire un supereroe».
Per chi è noto come lei, è ancora possibile camminare per la città e osservarla senza essere osservato?
«Mi fermano, mi incitano, “Vai Gazzo!” o un semplice “Grazie”, ed è una cosa che mi colpisce molto. D’altronde continuare a vivere a Cernusco, nella mia oasi tranquilla, mi fa tenere ancora i piedi per terra, a contatto con le mie radici. Per chi ha fatto tanta fatica per emergere come me, partendo davvero da niente, è una soddisfazione enorme capire di rappresentare qualcosa per tante persone. Piace a me, e rendeva orgogliosa mia mamma».
A sua mamma ha fatto un’intervista bellissima e commovente, nel luglio 2025, due mesi prima che mancasse.
«Volevo dedicarle qualcosa che restasse. Fossi un poeta, le avrei dedicato una poesia. Da scultore, una statua. Ma quello che so fare sono le interviste, ho pensato fosse la cosa giusta. Non sono ancora riuscito a rivederla, prima o poi lo farò. La soddisfazione più grande è arrivata il giorno dopo la pubblicazione del video: mi ha chiamato dicendomi che in tantissimi le avevano fatto i complimenti. Era un’emozione che volevo regalarle. Lei ha dato tutto a me e a Martina, mia sorella, che ora lavora con me».
Le sue figlie oggi hanno 8 e 4 anni. Cosa vorrebbe che dicessero di lei quando saranno grandi?
«Che sono una brava persona. Sarebbe già un grandissimo risultato».
Lei ha viaggiato tanto e quei viaggi sono impressi sulla sua pelle. Qual è il tatuaggio più importante?
«Un disegno fatto in Nepal, tanti anni fa. Tornai con una voglia enorme di raccontare, cominciai a farlo su YouTube e così cominciò tutto. Al tempo lavoravo all’Auchan di Vimodrone, ci sono rimasto sette anni».
Cosa la spaventa?
«Avere rimpianti. Pensare: potevo farlo, ma non l’ho fatto. E temo anche di non capire le cose nuove, come succede a molti crescendo. Il progetto del BSMT fu rifiutato da tanti editori tradizionali e non voglio che succeda a me con quello che fanno oggi i ragazzi. Per fortuna ho collaboratori giovani, che mi aiutano a vedere con i loro occhi».
Una paura che ha superato?
«A 15 anni, a Niguarda, mi impiantarono un defibrillatore per un’anomalia cardiaca, diagnosticata mentre giocavo a basket. Al tempo pensai che non avrei più potuto fare nulla. Invece poi ho fatto molto più di quanto avessi mai immaginato. Anziché abbattermi, quell’esperienza mi ha dato determinazione».
Milano viene percepita come sempre più insicura, nonostante i dati dicano il contrario. Lei come la vive?
«I social esasperano la percezione. È un tipo di racconto che riguarda molte grandi città nel mondo. Spero si riesca a distinguere ciò che vediamo sul telefono dalla vita vera».
Che cosa cambierebbe della città?
«Vorrei un Netflix per le piccole multe: pago un abbonamento e sono tranquillo con la sosta! Scherzi a parte, vorrei più verde».
Un film che racconta bene la sua Milano?
«Ho sempre pensato che il Basement, per come mi ha cambiato la vita, è il mio Miracolo a Milano. Ma scelgo Chiedimi se sono felice, di Aldo, Giovanni e Giacomo. C’è tutto: i Navigli, le biciclettate, il basket».
Da noi arriverà Nba Europe, versione europea del campionato americano. Siamo pronti?
«Assolutamente sì. Conosco il modo di lavorare dell’Nba, porterà benefici, senza cancellare la nostra cultura. Lo dico da tifoso dell’Olimpia, che vado a vedere al Forum. Si impara da tutto».
Chi sono stati i suoi maestri?
«Pif mi ha insegnato che per raccontare non servono grandi budget, ma un punto di vista. Ero fan de Il Testimone. Linus è un riferimento in tutto: stile, gusto, linea editoriale, posizionamento. Se da ragazzo ho fatto l’animatore nei villaggi è perché sapevo che lo aveva fatto Fiorello. Ammiro moltissimo l’anima pop di Carlo Conti e Antonella Clerici, che riescono a parlare a tutti. E per il modello del Basement mi sono ispirato allo statunitense Casey Neistat, un gigante».
Quando ricomincerà “Passa dal BSMT”?
«Fra fine settembre e inizio ottobre, con un respiro internazionale, pronto ad accogliere nuove storie e nuovi cimeli, insieme ai guanti di Buffon, ai caschi dei campioni del motorsport e a centinaia di altri oggetti. Un tempo tenevo tutto a casa, da accumulatore seriale, poi ho trasferito tutto lì. Se mia moglie non mi ha cacciato, quindi, lo devo a quel luogo magico».