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 2026  settembre 06 Domenica calendario

Belgrado, il Pride e i funerali di Mladic in contemporanea

Belgrado, racconto di due città. Ieri le divisioni della capitale serba e del Paese si sono concretizzate nei due eventi diversissimi che hanno scandito la giornata. La commemorazione organizzata alla Dom Vojske, “Casa dell’esercito”, da quei militari che già in aeroporto avevano accolto con tutti gli onori la salma del defunto generale Ratko Mladic, il criminale di guerra i cui funerali saranno celebrati domani, morto lo scorso 27 agosto a 84 anni, nel carcere dove scontava l’ergastolo, riconosciuto colpevole di genocidio e crimini contro l’umanità per aver ordinato il massacro di Srebrenica del 1995. E il Gay Pride organizzato da tempo al Manyezh Park, un chilometro più in là, con più di mille persone: evento troppo spesso funestato dagli attacchi degli estremisti di destra, tanto che il primo, quello organizzato nel 2001, è ancora ricordato come “Bloody Pride” perché ci furono oltre 40 feriti.
Due realtà che ieri si sono sfiorate quasi senza incontrarsi: anzi, scontrarsi. D’altronde, c’è un massiccio schieramento di agenti in assetto antisommossa, che nel pomeriggio hanno blindato le strade lungo cui si è svolta la marcia, cui hanno partecipato anche diversi ambasciatori europei, fra vetrine abbassate e marciapiedi deserti. Perquisendo, manganelli alla mano, chi entrava. Tenendo sotto controllo contestazioni minori: quella di alcuni fedeli usciti dalla chiesa dell’Ascensione con tanto di stendardo pro-Mladic. Un prete dalla lunga barba tipica degli ortodossi è stato allontanato a forza.
Mondi diversi in tutto, dunque, dall’ideologia all’estetica. Alla Casa delle Forze armate protetta dal la statua del condottiero Vasa Čarapić, si sono presentati in trecento: principalmente uomini, in divisa o vestiti di nero e con le t-shirt con il faccione dell’ex comandante dei serbi bosniaci incorniciato da scritte come “Generale, solo Dio ti può giudicare” e “Sia ringraziata tua madre” (strofa di un popolare canto elogiativo a lui dedicato). Nel salone dell’evento, però, ne sono entrati meno della metà. Lo spazio lasciato ai familiari di Mladic – il figlio Darko e la moglie Bosiljka in prima fila, davanti a un’enorme foto del generale – ad autorità come il ministro della giustizia serbo Nenad Vujic, l’ex premier Nikola Šainović, il presidente della Republika Srpska Sinisa Karan. Ancora, decine di alti ufficiali, in servizio e in pensione, e molti giornalisti. «Mladic è stato un grande leader, un ufficiale onorevole che ha combattuto per la patria, assumendosi grandi responsabilità e compiendo enormi sacrifici», hanno sostenuto gli oratori, definendolo più volte «eroe del popolo serbo». Un giudizio condiviso da Marko, 40 anni, che si presenta come «patriota e tifoso della Stella Rossa», la squadra di calcio cui la Uefa ha appena appioppato una multa di 90mila euro per aver esaltato appunto la figura di Mladic con striscioni e cori domenica scorsa allo stadio. «Sono qui per onorare il salvatore della Patria. Ha solo obbedito agli ordini, pagando per le scelte fatte dai politici di allora». Spiega di essere un sostenitore dell’attuale governo: «Ci protegge dal caos». Del Pride ride: «Pagliacci».
Dall’altra parte della città, Ana, 21 anni, studentessa di giurisprudenza che al coloratissimo corteo arriva vestita da vedova sexy con tanto di veletta nera sul capo, fra le mani un cartello con scritto: “Seppellite il vostro odio”, ti dice di conoscere bene il disprezzo del fan di Mladic: «Sono violenti che detestano tutto ciò che non gli somiglia. Vivono radicati nel passato perché non sanno immaginarsi un futuro migliore. Ma il Paese sta cambiando, nonostante loro». E spera che il funerale del defunto criminale non lasci segno: «Nonostante gli sforzi dei nostalgici, quell’epoca buia non tornerà», dice, mentre nel parco risuonano le note di I Kissed a Girl di Katy Perry. La sua amica Danica, occhiali a specchio e a bandierina arcobaleno fra i capelli, è invece preoccupata: «Qui è in gioco la sicurezza di tutti. Continuiamo ad assistere ad attacchi sanguinosi non solo contro i membri della comunità lgbtq+» – e ti indica un ragazzino che non ha nemmeno 18 anni e su un cartone ha scritto a mano: “Hanno tentato di uccidermi nel mio stesso Paese perché amo un uomo” – «ma contro studenti, giornalisti, attivisti, personaggi pubblici e persone comuni. Una deriva pericolosa che va fermata. L’Europa ci aiuti». Poche ore dopo il Pride, un altro attaccato ha colpito al cuore Belgrado: a tarda notte una coppia di omosessuali è stata aggredita. Un blitz rapidissimo: prima sono stati avvistati, poi gli aggressori sono scesi dalla macchina e li hanno picchiati.