la Repubblica, 6 settembre 2026
Trump furioso per fughe di notizie, caccia alla talpa con il poligrafo
Battito cardiaco, pressione del sangue, respiro e sudorazione. Sono gli elementi chiave della nuova crociata del Pentagono contro i “nemici”. Ma stavolta non sono quelli esterni. Gli investigatori dell’amministrazione americana hanno sottoposto alla “macchina della verità” circa cinquanta membri dello Stato maggiore congiunto delle forze armate Usa, con l’obiettivo di stanare le gole profonde che hanno spifferato ai media notizie top secret, tra cui quelle sulla drammatica riduzione delle scorte di munizioni nella guerra con l’Iran.
Il capo del Pentagono, Pete Hegseth, è uno degli uomini dell’amministrazione più ossessionati dall’idea di essere circondato da spie e informatori che tramano alle sue spalle. L’altro è il direttore dell’Fbi, Kash Patel. Hegseth, però, si è spinto oltre. Secondo il New York Times, gli investigatori federali hanno chiesto a ufficiali e dipendenti civili dello Stato maggiore se avessero divulgato informazioni riservate. I test sono stati condotti ad agosto, dopo l’uscita di articoli che avevano messo a nudo la drammatica riduzione delle scorte di armamenti, inclusi i missili a lungo raggio e gli intercettori Patriot.
Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, aveva accusato Hegseth di averlo tenuto all’oscuro riguardo al calo delle munizioni. Il capo del Pentagono aveva scaricato la colpa sul segretario dell’Esercito, Dan Driscoll, che poi si è dimesso. Da quel momento, per Hegseth, la priorità non è stata superare l’emergenza, ma tappare le bocche. In poche settimane il segretario alla Difesa ha trasformato i vertici della più grande potenza militare al mondo in una oscura comunità di sospettati.
La ricerca della gola profonda, però, appare complicata. Allo Stato maggiore congiunto, che coordina il lavoro dei comandi americani dislocati in tutto il mondo, lavorano circa duemila persone. Il portavoce del Pentagono, Sean Parnell, indicato tra coloro che potrebbero prendere il posto di Driscoll alla guida del dipartimento dell’Esercito, non ha confermato la notizia della “macchina della verità”, ma ha ammesso che il governo “prende estremamente sul serio” tutte le fughe di notizie. Secondo il quotidiano newyorkese, i test poligrafici, che misurano le reazioni fisiologiche associate a stress o tensione durante le risposte, non erano mai stati utilizzati in modo così esteso e a un livello così alto. “È una cosa senza precedenti”, ha confermato il contrammiraglio Donald Guter, ex giudice della Marina. Il procedimento ha diffuso un senso di sfiducia tra i generali. Hegseth ha bloccato la promozione di ottanta alti ufficiali e sospeso da maggio i briefing con i giornalisti.
Ma la storia contiene un paradosso che il Pentagono non può rimuovere con un semplice poligrafo. L’uomo che ha trasformato la ricerca delle talpe in una priorità della Difesa è lo stesso che, nella chat di Signal diventata uno degli scandali più clamorosi dell’amministrazione per la presenza di un giornalista, aveva condiviso l’anno scorso informazioni top secret su un piano di attacco contro gli Houthi nello Yemen. La domanda che molti analisti cominciano a farsi non è soltanto chi stia parlando con i giornalisti. È perché, dentro il Pentagono, siano ormai così tanti quelli che sembrano avere qualcosa da dire.