Corriere della Sera, 6 settembre 2026
Russia e America, il gioco del rovescio nel saggio di Fubini
Quando morì Leonid Brežnev, nei suoi cassetti fu trovata una lettera di Jurij Andropov, capo del Kgb, futuro leader dell’Unione Sovietica. Era datata 1968. Prevedeva il crollo del comunismo entro quindici anni. In realtà, il sistema aveva appena pochi anni di vita in più. Una lettera rimasta finora negli archivi del Cremlino, rivelata per la prima volta nella sua interezza nel nuovo saggio di Federico Fubini. Il mondo comunista finì nel novembre 1989, con il crollo del Muro di Berlino. Il nostro tempo è quello della fine dell’Occidente. La fine di un sistema fondato sui valori – democrazia, libertà – e su un’ideologia: l’economia di mercato. Il tutto retto da istituzioni internazionali come le Nazioni Unite, il Fondo monetario, l’Organizzazione mondiale del commercio, e da un modello politico interno fondato su governi democratici controllati da parlamenti e stampa. Ma oggi il modello occidentale è in crisi, come entrò in crisi il socialismo reale durante la perestrojka.
È questa la tesi centrale del libro di Fubini, grande firma del «Corriere», che Mondadori manda dopodomani in libreria: Imperi allo specchio. Già il sottotitolo dice tutto: Dovevamo cambiare la Russia, la Russia ha cambiato noi. E l’anno che verrà, con Marine Le Pen – la cui campagna elettorale del 2017 fu finanziata dai russi, mentre quella del 2022 dagli ungheresi al tempo di Orban – favorita per l’Eliseo, Farage primo partito in Gran Bretagna e l’Afd in crescita in tutta la Germania, rischia di corroborare l’idea di Fubini.
Dopo la fine dell’Urss
Il progetto degli americani dopo la fine dell’Urss era di trasformare rapidamente la Russia in qualcosa di simile a sé: una democrazia liberale, e soprattutto un’economia capitalistica. Un po’ come era accaduto dopo la sconfitta dei totalitarismi al termine della Seconda guerra mondiale. Una decisione anche ideologica: «Abbandonate il vostro modello, adottate il nostro». A questo scopo compaiono a Mosca le celebrità dell’economia americana, da Jeffrey Sachs a Andrei Shleifer, spalleggiati a Washington da Larry Summers. Gli americani ispirano una «terapia d’urto», senza però concedere aiuti finanziari disperatamente necessari – come al tempo del Piano Marshall —, né condonare il debito. Ma questa strategia fa esplodere l’inflazione, distrugge il potere d’acquisto del popolo, crea povertà di massa, fa crollare il rublo ed esplodere il debito estero. La Russia è in ginocchio. Non solo. Gli Usa spingono per privatizzazioni immediate (in cui alcuni dei grandi consulenti americani cercano di arricchirsi), disegnate così male che fanno sorgere un ceto di oligarchi, non una vasta classe di imprenditori. Così Mosca va verso il fallimento del 1998, dopo la quale gli oligarchi si affidano a Putin per riportare l’ordine. È una parabola simile alla Germania di Weimar che ha prodotto Hitler. Questo non significa ovviamente che Putin sia il nuovo Hitler; ma il meccanismo della sua ascesa ricorda quello che accadde all’inizio degli anni Trenta. I tedeschi hanno creato Hitler, ma le potenze vincenti della Grande guerra li hanno aiutati, imponendo loro condizioni impossibili alla Conferenza di Parigi del 1919. Allo stesso modo i russi hanno creato Putin, ma le potenze vincenti della guerra fredda hanno contribuito, spingendo la Russia in un baratro economico e contribuendo a creare un sistema oligarchico che ha distrutto la sua nascente democrazia.
L’esito negli Stati Uniti
Fubini tira fuori i verbali di un vertice alla Casa Bianca del National Security Council del 1991, in cui questi temi emergono con grande chiarezza. Alla fine, c’è un rovesciamento delle sorti: invece di una Russia che assomiglia di più all’idea che l’America ha di sé, abbiamo un’America che assomiglia sempre di più alla realtà concreta della Russia. Questo è un tema che va oltre le interferenze di Putin nelle elezioni americane del 2016 e 2020. Va anche oltre le mosse di Putin di assoldare Schröder e molti altri ex primi ministri e ministri occidentali. È un fenomeno strutturale: il capitalismo di modello americano ha generato una classe di oligarchi che, come i loro colleghi russi, cercano di controllare la politica per garantirsi i propri privilegi.
Come lo fanno? Con un sistema di finanziamenti delle campagne elettorali (e dei giudici della Corte suprema) che di fatto genera una totale cattura plutocratica delle istituzioni. Come nella Russia che ha portato a Putin. Le radici della drammatica e crescente disuguaglianza americana sono in questo «mercato oligarchico della politica», molto più che nelle cause impersonali evocate di solito, dalla globalizzazione alla rivoluzione digitale.
Come uscirne, come salvare la democrazia? Nell’ultimo capitolo Fubini rilegge l’infanzia di Trump e di Putin, anche quella con sorprendenti punti in comune. Entrambi hanno tratti del carattere da sociopatici. Entrambi hanno subito condizioni di abbandono da piccoli. Entrambi sembrano essere finiti in collegi militari durante l’infanzia perché erano ingestibili. Ricostruzioni credibili della formazione di Putin mostrano che la versione ufficiale probabilmente non è vera. È stato un bambino inizialmente cresciuto in Georgia, poi abbandonato e infine affidato alla famiglia di un ex agente della Nkvd (predecessore staliniano del Kgb) che aveva perso due figli, di cui uno morto di fame nell’assedio di Leningrado. L’autore mette in contrasto queste infanzie di abbandono dei leader di oggi con l’infanzia dei bambini di Kharkiv, la città vicina al confine russo e più esposta ai bombardamenti. E qui il libro offre un racconto che suscita finalmente speranza. Le comunità locali in città mostrano una fortissima coesione che permette loro di difendere i figli anche in condizioni drammatiche. I bambini si trovano tutte le mattine per fare scuola nelle fermate della metropolitana al sicuro dai bombardamenti. La scuola per ciechi, diretta peraltro da un anziano signore russo, è stata bombardata e distrutta, ma ricostruita dagli sforzi della comunità locale e ora miracolosamente perfetta e in funzione. Questo esempio ucraino di coesione della comunità dal basso di fronte alle avversità è una lezione su come salviamo i nostri valori malgrado la caduta del «nostro» Muro.