il Fatto Quotidiano, 5 settembre 2026
Da 60 anni siamo in volo con Kirk sull’Enterprise
Siete fan Trekkie o fan Trekker? Vi piace Spock, il vulcaniano dalle orecchie a punta, dall’assenza d’emozioni e la logica insopportabile, o il capitano James Tiberius Kirk, passionale, intuitivo, anticonformista? Siete nostalgici degli eroi di Star Trek? Dello Spock interpretato dall’inquietante Leonard Nimoy, lealtà non sempre decifrabile, sguardo altezzoso? O il sorprendente Kirk cui William Shatner dava vitalità irresistibile. E reale: a novant’anni è andato nello spazio (12 ottobre 2021), per dieci ha vissuto come un barbone in una roulotte perché disossato dai divorzi. Poeta, scrittore, cantante e attore versatile come la sua variegata e geniale personalità?
Le consolidate sette internazionali della serie fantascientifica più longeva e popolare del mondo hanno un compito impegnativo: perpetuare i personaggi che hanno reso Star Trek una saga di commovente cameratismo, in cui si incarnano onestà, giustizia, tolleranza, libertà, rispetto. Idolatrare il suo creatore, Gene Roddenberry, che ha immaginato un futuro come vorremmo fosse l’oggi. Un futuro che vuoi che accada. Dite poco. E tutto questo da sessant’anni!
Tutto cominciò l’8 settembre del 1966, quando la Nbc mandò in onda la prima puntata intitolata The Man Trap, la trappola umana. Da quel giovedì, un terrestre ogni quattro ha visto Star Trek, gli appassionati sono milioni, migliaia i club (il primo in Italia compie 40 anni), il merchandising vale 5 miliardi, il business, tra serie (l’ultima, in onda da noi su Paramount, Starfleet Academy) e film (ben tredici), ha superato quota 10 miliardi di dollari. La “destinazione utopia” rende, eccome, e coinvolge. Viaggiare tra le stelle a capire chi siamo, a superare paure e pregiudizi, in un futuro ideale dove la promessa tecnologica non si è trasformata nella repressiva cappa di piombo del cupissimo 1984 di George Orwell, dove l’integrazione è la norma, come l’ accettazione dell’altro e del diverso e le frontiere dello spazio – metafisica forse da fumetto, ma metafora trasparente. Oh, per alcuni Star Trek è un’opera in fondo melensa, che sfoggia un buonismo da sacro cuore, con l’equipaggio dell’ormai mitica astronave Enterprise composto da esseri di ogni razza e culture diversissime. Però, almeno, è liberal e pluralista. E resiste così.
Non a caso, con tutte queste sottotracce, i network furono diffidenti. La Cbs disse di no. Alla fine, la Nbc rischiò e la produsse nel 1966. Ma la cancellò dopo tre stagioni: troppo “intellettuale”, addirittura “cerebrale”. Scoppiò la rivolta dei fan. Per loro era inconcepibile non sentir più l’incipit di Star Trek, la voce fuori campo che fin dalla seconda puntata della prima stagione, ispirava ottimismo e speranza, quelle della frontiera e dell’esplorazione: ecco i viaggi dell’Enterprise “to boldly go where no man has gone before!”, “fino ad arrivare là dove nessun uomo è mai giunto prima!”. La Nbc ci ripensò. Star Trek ritornò più bello e strutturato di prima. Divenne un successo… planetario. Coi duetti tra Nimoy Grandi Orecchie e l’istrionico Kirk che si affida all’ingegnere del teletrasporto, “Bear me up, Scottie” (per risparmiare, spiegheranno sceneggiatori e produttori); col giapponese Hikaru Sulu che attiva il motore a curvatura warp drive, la marcia interstellare. È Futurlandia. Il comunicatore in forma flip ha anticipato i telefonini pieghevoli. Le cuffie wireless. I tablet. I computer attivati con la voce. Il replicatore, sorta di stampante 3D. Il traduttore universale: ci siamo quasi. I Tricorder, scanner medici. Nell’ambulatorio del dottor McCoy detto Bones (come un’altra serie famosa: la dice lunga sull’impatto di Star Trek) ci sono le siringhe senza ago. La stessa Nasa, su pressioni dei fan, battezzò il primo shuttle “Enterprise” invece di “Constellation”. Non c’è astronauta che non ammetta di essersi ispirato a Star Trek. E aver sognato il suo universo zeppo di mondi interessanti. Anche ostili. Con l’umanità retta dalla Federazione (i buoni) che ha superato il capitalismo ed eliminato la povertà. E i cattivi. Come i Romulani, cugini perfidi dei Vulcaniani, o i barbari iperviolenti Klingon, crudelmente goffi: la loro lingua è stata elaborata in grammatiche e dizionari, tanto che viene parlata dai Trekkie più fanatici. Che parteggiano soprattutto per Spock. Tanto da imitarne il celebre saluto: “Long live and prosper!”, sollevando la mano col palmo aperto e le dita a formare una V. A proposito, l’8 settembre si batterà il record di durata del saluto vulcaniano tra i fan…
I Trekker, più sobri, ponderano l’entusiasmo con dignità e ironia. Riconoscono in Star Trek incongruenze e ingenuità. Ma ne apprezzano il lato morale da favola moderna. Come il primo bacio interrazziale televisivo Usa, tra Kirk e Uhura, la tenente di colore addetta alle comunicazioni, nell’episodio Umiliati per forza maggiore (Plato’s Step Children, in inglese è più raffinato), terza stagione, decima puntata. Era il 22 novembre del 1968, l’anno prima Stanley Kramer diresse Indovina chi viene a cena, sui tabù di un’America razzista e ancora segregazionista, suscitando clamori e proteste ma vincendo due Oscar. Quel bacio fu imposto dallo spavaldo umanista Roddenberry, ex poliziotto, pilota di guerra nel Pacifico. Per lui il passato e il futuro erano interscambiabili. Fantascienza. Purtroppo.