La Stampa, 5 settembre 2026
Iran, il dossier nucleare torna all’Onu. Gli ispettori non sanno dove sia l’uranio
Il dossier nucleare iraniano torna al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Per la prima volta in vent’anni Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Germania vogliono che l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) segnali formalmente Teheran all’Onu per le violazioni degli obblighi di non proliferazione e, soprattutto, per il rifiuto di consentire agli ispettori di verificare che cosa sia rimasto del suo programma nucleare dopo i bombardamenti israeliani e americani.
La risoluzione sarà discussa la prossima settimana dal Consiglio dei governatori dell’Aiea, composto da 35 Paesi. Secondo la bozza, si chiede al direttore generale Rafael Grossi di trasmettere al Consiglio di Sicurezza e all’Assemblea generale dell’Onu il nuovo testo insieme alle precedenti risoluzioni sull’Iran.
I quattro Paesi chiedono inoltre a Teheran di sanare «con urgenza» le proprie inadempienze e di compiere tutti i passi necessari perché l’Aiea possa verificare la correttezza e la completezza delle dichiarazioni iraniane. È un salto di livello nello scontro diplomatico sul nucleare: l’ultima volta che il dossier iraniano venne portato al Consiglio di Sicurezza risale a vent’anni fa. La bozza non è ancora stata formalmente presentata e le trattative sul testo continuano, ma negli ultimi anni tutte le risoluzioni sull’Iran promosse da americani ed europei sono state approvate dal board dell’Agenzia. Più difficile che il passaggio a New York produca conseguenze immediate: Russia e Cina, alleate di Teheran, dispongono del diritto di veto al Consiglio di Sicurezza. Alla base della nuova iniziativa c’è soprattutto un’incognita: dove si trova oggi l’uranio iraniano?
Prima degli attacchi del giugno 2025 l’Aiea stimava che Teheran disponesse di 440,9 chilogrammi di uranio arricchito fino al 60%, a poca distanza dal livello militare, indicativamente attorno al 90%.
Secondo i parametri dell’Agenzia, se ulteriormente arricchita quella quantità sarebbe teoricamente sufficiente a produrre materiale fissile per una decina di ordigni nucleari. L’Aiea aveva verificato direttamente 432,9 dei 440,9 chilogrammi. Da allora, però, gli ispettori non sono più riusciti a ricostruire il quadro. Il 12 giugno 2025 il Consiglio dei governatori aveva dichiarato l’Iran in violazione dei propri obblighi di non proliferazione, accusandolo di non aver collaborato pienamente alle indagini sulle tracce di uranio trovate in siti non dichiarati. Il giorno successivo Israele cominciò a bombardare gli impianti nucleari iraniani, seguito poco dopo anche dagli Usa. Gli impianti di arricchimento furono distrutti o gravemente danneggiati. Da quel momento Teheran non ha permesso agli ispettori dell’Aiea di tornare nei siti colpiti né di verificare le scorte di uranio.
In un rapporto riservato distribuito questa settimana agli Stati membri, l’Agenzia ha ammesso che da oltre un anno ha perso la «continuità di conoscenza» sugli inventari iraniani di uranio arricchito. Non è quindi in grado di stabilire quanto materiale sia sopravvissuto ai bombardamenti, dove sia custodito e in quali condizioni. Una lacuna che l’Aiea definisce motivo di «preoccupazione per la proliferazione» da affrontare con la massima urgenza. Teheran continua a sostenere che il proprio programma nucleare abbia esclusivamente finalità pacifiche, ma resta l’unico Paese non dotato di armi nucleari ad aver accumulato uranio arricchito fino al 60% senza aver prodotto una bomba, un livello che da tempo l’Aiea considera motivo di seria preoccupazione. Il nuovo scontro arriva mentre sono riprese anche le ostilità: il rischio è che al confronto militare si aggiunga ora una nuova crisi sul dossier che da oltre vent’anni resta al centro dello scontro tra Teheran e l’Occidente.