la Repubblica, 5 settembre 2026
Il figlio di Mladic accusa l’Onu di aver ucciso il padre
«Mio padre è stato ucciso dal Tribunale dell’Aia»: Darko Mladic, figlio del generale Ratko, pronuncia parole durissime contro le istituzioni Onu cui era affidato il criminale di guerra morto ad 84 anni lo scorso 27 agosto nel carcere-ospedale olandese dove scontava l’ergastolo, dopo essere stato riconosciuto colpevole nel 2017 di genocidio e crimini contro l’umanità. «È morto per cure negligenti e somministrazione intenzionale di oppiacei troppo forti», accusa. Tanto che la salma, rientrata in patria giovedì, è stata sottoposta ad autopsia. «Gli ultimi due mesi sono stati penosi, ho assistito al suo omicidio».
Annunciando i dettagli della commemorazione militare che si terrà oggi alla “Casa delle Forze Armate Serbe” e del funerale organizzato lunedì alla Chiesa di San Luca a Košutnja, chiede comunque a tutti «di astenersi da provocazioni».
L’allerta ordine pubblico è alta: tanto più che oggi si tiene anche il Gay Pride organizzato da tempo, che qui troppo spesso è stato segnato dagli attacchi di estremisti di destra. «Seppelliremo mio padre con dignità e secondo tradizione», afferma ancora Darko. «Sarà un funerale popolare». Smentendo di fatto gli annunciati di funerali di Stato. Tanto più dopo la decisione della Commissaria Ue all’Allargamento Marta Kos di annullare la sua visita programmata nella capitale dopo aver appreso che la salma è rientrata a Belgrado su un volo governativo: «La glorificazione di Mladic è incompatibile con i valori su cui si fonda il percorso verso l’Unione» cui la Serbia è candidata da oltre un decennio fa (ma che solo la guerra in Ucraina sta rendendo più concreto). «Se davvero vuol entrare in Europa deve affrontare il passato, arrivare a un’autentica riconciliazione e rispettare le vittime dei crimini di guerra» ha dunque scritto su X.
Una scelta bollata come «stupida» dal presidente serbo, Aleksandar Vučić: «Avremmo dovuto vietare il funerale? Siamo stanchi di punizioni inflitte solo a noi», ha detto, anche se diserterà le esequie per impegni già presi, districandosi fra gli strali dell’Europa e l’opinione pubblica, in vista delle elezioni anticipate del 25 ottobre.
La partecipazione sarà enorme: lunedì sono attese 80mila persone. Tra loro anche Milica e Teodora, liceali classe 2008, nate oltre un decennio dopo il massacro degli 8327 musulmani a Srebrenica, che per il generale defunto ieri hanno pregato e acceso una candela a San Sava, la chiesa ortodossa dalle cupole d’oro considerata simbolo del conservatorismo identitario serbo: «Se oggi siamo libere e non soggiogate dall’invasione islamica lo dobbiamo a lui. Ha combattuto per la nostra sopravvivenza culturale». Delle 12mila vittime dell’assedio di Sarajevo non vogliono sentir parlare.
Il Paese dove ai tempi dell’arresto del “boia” nel 2011 il 40 per cento della popolazione continuava a definirlo “eroe” (secondo un sondaggio condotto all’epoca proprio dal Tribunale penale internazionale per l’ex-Jugoslavia che lo giudicò) non ha mai fatto davvero i conti col passato, a parte qualche segmento di società civile. E oggi le foto in mimetica di Mladic si moltiplicano su t-shirt vendute per 2.500 dinar –circa 20 euro – sulle bancarelle della centralissima trg Republike, il suo faccione è stampato pure sui calzini.
Come la pensano molti, qui, è scritto lungo un edificio nell’area pedonale della città vecchia: «Il solo genocidio avvenuto nei Balcani è quello contro i serbi». Graffito apparso in occasione del trentesimo anniversario di Srebrenica. Se provi a chiederne conto ai ragazzi che siedono nei bar circostanti ti rispondono: «Noi non siamo un popolo genocida». Ma il Tribunale Onu ha riconosciuto solo colpe individuali. «Anche il generale croato Ante Gotovina fu processato per crimini contro l’umanità» ti dice Dragan, 28 anni, studente di medicina. «Ma venne assolto per insufficienza di prove e i cattivi della Storia siamo rimasti noi».
Fra orgoglio e vittimismo si fa dunque strada la nuova glorificazione di Mladic. «Il passato non elaborato diventa colpa collettiva», spiega Biagio Carrano direttore del quotidiano online Serbian Monitor: «Di solito i funerali sono un momento di riappacificazione e rielaborazione collettiva. Non questo».