la Repubblica, 5 settembre 2026
Intervista a Emma Dante
In un pomeriggio infuocato, nella Sicilia che pare abbandonata, lui, Dimitri, ci saluta festoso prima di correre giù, al mare, dove lo aspetta Carmine dai capelli bianchi, che lo ama moltissimo: insieme giocheranno fino a sera. Intanto la mamma di Dimitri, Emma Dante, spettinata per l’eccesso di calore, rivela: «Nella prossima stagione andremo in tournée all’estero con L’angelo del focolare, a Bruxelles, Lione, Salonicco, Parigi, anche a Taipei. Sempre a Parigi, verrà riproposta Les Femmes Savantes di Molière, con la mia regia, presso la Salle Richelieu della Comédie française. L’Angelo del focolare racconta una donna che tutte le sere viene ammazzata dal solito femminicida, e lei neppure se ne accorge».
Da poco lei ha cambiato città, lasciando Palermo per Roma, anche se tutto il suo lavoro nasce e cresce a Palermo.
«La Sicilia, il Sud io me li sono mangiati, sono dentro di me. Non ho più bisogno di stare a Palermo per parlare di Palermo perché la città me la sono fagocitata, inglobata. Quindi posso stare in qualsiasi altro luogo e avere una relazione molto intima con quelle voci, con quella tradizione, con quei colori, con quella luce, con quel modo di stare al mondo».
Perché ha deciso di trasferirsi?
«Non mi fa paura il cambiamento, a nessuna età: credo che cambiare, avere il coraggio di farlo, sia vitale. Io ho accolto questa sfida e non me ne sono pentita perché sto molto bene a Roma. Palermo è sempre stata la periferia, ci ho vissuto per molti anni, va bene. Però adesso sentivo il bisogno di “avanzare” un po’. E poi, comunque, le istituzioni non mi hanno mai dato uno spazio, io non ho mai avuto un teatro assegnato, e questa cosa a lungo andare mi ha molto affaticata. Mi sono detta: mio padre è morto, mio fratello si è trasferito a Brescia. Non avevo più parenti, e non avevo un teatro. Era il momento di partire. Adesso ho un figlio e sono una persona che ha delle esigenze diverse da prima. Però resta intatta la mia voglia di combattere, di indignarmi di fronte all’ingiustizia: attraverso il mio gesto artistico continuo a essere ribelle, ma nella vita di tutti i giorni sono più pacata, più tranquilla».
A Roma, tra l’altro, apre un suo spazio.
«Sì, dove fare i nostri laboratori, incontri, studi, prove. L’ho chiamato La Carnezzeria ed è al Pigneto, in una strada dove Pasolini ha girato Accattone. A Palermo, le carnezzerie sono le macellerie e pensi la coincidenza: in uno dei fotogrammi di Accattone si vede proprio il mio spazio che era una macelleria».
Lei è entrata nel mondo dell’opera un bel po’ di anni fa: era il 2008, con la “Carmen”, inaugurata il 7 dicembre alla Scala di Milano. Come avvenne l’incontro con l’allora sovrintendente Stéphane Lissner?
«Con una telefonata un po’ bizzarra. Fu lui a chiamarmi: “Sono Stéphane Lissner, sovrintendente della Scala di Milano”. E io, che stavo friggendo, gli rispondo: “Buongiorno, aspetti un attimo, devo spegnere il fuoco perché altrimenti l’olio mi brucia le melanzane”. Mi chiese: le andrebbe di fare l’apertura della stagione, il 7 dicembre?”. Sul momento, completamente ignara di quello che mi stava succedendo, dissi: “Beh, sì. Controllo un attimo l’agenda e poi ci risentiamo”».
Per lei l’opera era una novità assoluta.
«Non ero mai entrata alla Scala, fu un battesimo incredibile. Lissner mi invitò a Milano per conoscere Daniel Barenboim. Ci vedemmo a cena, noi tre. Se ci ripenso, ancora adesso mi chiedo: ma come hai potuto superare un esame così difficile? Ebbene, con la mia inconsapevolezza, anche ingenuità, conquistai entrambi e da lì in poi fu bellissimo. È stata un’esperienza che mi ha molto cambiata. In quell’occasione ho incontrato delle persone, degli amici, che continuo a frequentare. Lo stesso Daniel, pensi, quest’anno è andato a vedere L’angelo del focolare al Piccolo Teatro di Milano».
Da allora, ha firmato la regia di molte opere.
«Alla Scala ho fatto Rusalka di Antonín Dvořák. Ho diretto in molti altri teatri, da Berlino a Lione, da Torino a Parma, da Roma a Palermo... Adesso ne vorrei fare soltanto una all’anno. Dopo quella Carmen, sono stata rapita dalla musica. Con la lirica impari un nuovo modo di ascoltarla, ti dà un insegnamento, ti affina l’orecchio».
Volevo parlare dei suoi tre film. L’ultimo è “Misericordia”, del 2023, per me molto bello. Perché non ha avuto la fortuna che lei sperava? Crede che abbia scontato anche un po’ la crisi del cinema?
«Forse perché era un film molto duro. Sicuramente non ha avuto una buona distribuzione, è rimasto pochissimo nelle sale. E poi è capitato nel momento sbagliato, in contemporanea con un altro film che invece e giustamente ha sbancato: parlo del bellissimo C’è ancora domani di Paola Cortellesi. Dopo Misericordia mi sono ritirata. Adesso, siccome non posso vivere senza il cinema, sto pensando a un nuovo progetto».
Quando ce ne parlerà?
«Quando troverò i soldi per farlo».
Ma lei è ricca o benestante?
«Benestante! Con soldi guadagnati da me!».
Lei sta da vent’anni con Carmine Maringola, l’ha pure sposato.
«Come lei sa, Natalia, stare insieme è soprattutto un progetto di vita. Ci sono alti e bassi, ci sono allontanamenti, ci sono tradimenti, ci sono incomprensioni, conflitti, però alla fine stiamo sempre insieme. Facciamo tutto insieme. Adesso stiamo lavorando sui Sei personaggi di Pirandello, che debutterà il prossimo aprile a Milano. Lo sto riscrivendo intitolandolo In cerca dei sei personaggi. Ci sarò anch’io, in scena, con i miei attori e le mie attrici: farò la parte del direttore della compagnia, farò nascere questi sei personaggi che poi interrogherò davanti al pubblico. In qualche modo il processo creativo avverrà al contrario. Non riesco a stare senza il teatro, ma credo che lui non abbia questa frenesia sul lavoro. Forse gli basta questo progetto che abbiamo insieme, far girare gli spettacoli, continuare a farli vivere. Lui si adopera molto, è molto fedele in questo».
In cosa non è fedele?
«Mah... La vita, lo sa meglio di me, è bizzarra. Bisogna comunque che il corpo esulti, diceva Battiato».
Si è innamorata subito?
«No, no, non subito. Lui ha insistito tanto e poi, insomma, ci siamo fidanzati».
Avete anche adottato un figlio, Dimitri, che oggi ha 14 anni ed è diventato un bel ragazzo, capace anche di sorridere.
«Sì, ha sempre i suoi problemi, ma è un ragazzino sereno. Studia in una scuola pubblica, con il sostegno. Io credo nella scuola pubblica».
Sicuramente ha avuto un inizio difficile: quando lo avete incontrato, in un orfanotrofio di San Pietroburgo, aveva tre anni e mezzo ed era denutrito, spaventato. Lei si è impegnata molto affinché lui incontrasse la felicità? E ci è riuscita?
«Quando sta con me e con Carmine, sì: lui è felice. Dobbiamo lavorare per renderlo felice anche quando esce nel mondo, ma fuori, come sa meglio di me, non è così semplice che venga accettato. È un ragazzino diverso dagli altri, quindi fa più fatica a essere incluso».
Però con voi è molto libero.
«Totalmente, noi lo amiamo molto. È veramente un amore speciale».
E come si fa a renderlo felice?
«Ovviamente non vorrei che fosse considerato diverso, ma non posso costringere il mondo a essere migliore. Io cerco di fargli capire che lui è un essere speciale come lo sono gli altri e che, nel mondo, c’è un posto per lui come c’è posto per tutti. Gli faccio capire che per me è una luce. Lui mi illumina. Mi è venuto naturale come si accoglie un figlio che nasce da te. La favola del piccolo adottato, bello, biondo, intelligente, sano, non esiste. I bambini privi di patria potestà non stanno bene, per tanti motivi: sono stati abusati sessualmente, sono stati abbandonati, sono stati picchiati. Quindi, nessun bambino adottato è “sano”».
Lei si considera lontana dalla politica?
«Cerco di fare politica col mio teatro».
Oggi per cosa si indigna maggiormente?
«Ah, ci sono un sacco di cose che non mi vanno giù: fatti, dichiarazioni, un certo tipo di pensiero che c’è in questo momento nella gestione del governo, della politica, che ci porta su una strada che per me non è quella giusta. Anche quando cercano di approvare delle leggi che a mio parere non sono democratiche non sto zitta. Come cittadina e come intellettuale partecipo a manifestazioni, aderisco a petizioni. È chiaro però che i pensieri più profondi li faccio attraverso il gesto artistico. Il teatro maleducato è un teatro politico».
Ecco, ma cosa significa per lei teatro maleducato?
«Vuol dire che non si allinea, che non è conformista. E uscire dal conformismo è un gesto politico».
Adesso le faccio una domanda oscena: lei frequenta Giorgia Meloni?
«No, e lei?».
Noooo.
«Recentemente la presidente del Consiglio ha dichiarato al New York Times che si sarebbe divertita di più a fare teatro. Sarebbe stata una grandissima attrice di tragedie, ma anche di commedie. Avrebbe potuto cimentarsi in tutti e due i generi».