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 2026  settembre 05 Sabato calendario

La Casa Bianca valuta di invitare lo zar al G20

Vladimir Putin potrebbe mettere piede negli Stati Uniti per la seconda volta durante l’attuale presidenza di Donald Trump. Nel 2025 l’occasione è arrivata quando il presidente degli Stati Uniti lo ha invitato ad Anchorage, Alaska, per discutere un piano di pace che poi non ha mai preso forma perché il Cremlino chiedeva in sostanza una resa di Kiev senza contropartite. Quest’anno, invece, la destinazione potrebbe essere Miami: al vertice dei leader del G20, sotto presidenza di turno americana, che si terrà nella città della Florida a metà dicembre. Secondo due persone al corrente dei contatti in corso, nessuna decisione è ancora stata presa in modo definitivo; ma la Casa Bianca sta lavorando per avere il presidente russo a Miami e in proposito sta tenendo informate le controparti cinesi.
Fino a questo momento, Trump in pubblico non ha mai confermato l’ipotesi di invitare Putin al G20 che ospiterà a un centinaio di chilometri della sua residenza di Mar-a-Lago. Due giorni fa, quando gli è stato chiesto cosa intendesse fare riguardo al collega russo in vista del summit, il presidente americano è rimasto evasivo: «Non ci ho ancora pensato», ha detto. In aprile scorso alla stessa domanda aveva risposto di non aver invitato Putin al G20 ma – ha aggiunto – «se volesse venire sarebbe di aiuto».
La riservatezza della Casa Bianca su questo tema non è sorprendente. Per il Cremlino il ritorno al G20 sarebbe prezioso anche sul piano simbolico: aprirebbe una vistosa crepa nell’isolamento internazionale nel quale la Russia si dibatte dopo l’annessione della Crimea nel 2014 e ancora di più dopo l’aggressione totale all’Ucraina del 2022. Ma i governi europei del G20, così come il Canada, il Giappone, l’Australia o la Corea del Sud vivrebbero come un affronto la presenza di Putin al loro stesso tavolo: l’autocrate che alimenta ogni giorno la distruzione dell’Ucraina – oltre che una campagna di attacchi ibridi in Europa – si troverebbe riammesso al principale luogo di confronto fra leader mondiali. Senza neppure aver accennato alla minima concessione.
Un segnale che questo scenario non sia affatto assurdo è arrivato sei giorni fa ad Asheville, in North Carolina. Al G20 dei responsabili delle Finanze e dei banchieri centrali, l’amministrazione americana ha invitato anche il ministro russo Anton Siluanov (la governatrice della Banca di Russia, Elvira Nabiullina, invece ha preferito mandare un funzionario di secondo piano). È stata la prima volta che un G20 a guida di una democrazia occidentale ha riammesso la delegazione russa, mandando i ministri europei su tutte le furie. Il tedesco Lars Klingbeil, appoggiato da tutti i colleghi europei, ha minacciato di non partecipare alla «foto di famiglia» se ci fosse stato anche Siluanov. Scott Bessent, il segretario al Tesoro americano, ha persino commesso una gaffe quando ha sostenuto che il suo collega russo non era sotto sanzioni. In realtà Siluanov si trova da anni sia nella lista statunitense che in quella dell’Unione europea delle persone che non potrebbero essere ammesse alla frontiera, neppure con passaporto diplomatico.
Ma non si tratta solo di una questione simbolica o di etichetta fra governi. Soprattutto da quando persegue la strategia dello strangolamento economico dell’Iran, Trump ha un interesse a tornare a stringere nuovi rapporti con Putin. Oggi la Russia è il principale fornitore di armi e di derrate alimentari della Repubblica islamica, attraverso la rotta navale del Caspio. Ora la Casa Bianca sta cercando di convincere il Cremlino a rallentare il sostegno a Teheran e il direttore della Cia John Ratcliffe ne ha sicuramente parlato con i suoi pari grado russi nella sua visita a sorpresa a Mosca di fine agosto. Per Trump un invito a Putin al G20 di Miami può far parte di una campagna di concessioni per accattivarsi il dittatore di Mosca. Questi, tuttavia, ha già dimostrato che per la minima concessione pretende sistematicamente molto di più.