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 2026  settembre 05 Sabato calendario

Lo scarto tra ideali e realtà

Nell’agosto di cinque anni fa gli Stati Uniti abbandonarono l’Afghanistan, nel modo scomposto che tutti ricordano. Gli afghani finirono di nuovo sotto il giogo del fanatismo talebano. Quest’estate molti hanno descritto lo stato del Paese oggi, la situazione di oppressione in cui sono cadute di nuovo le donne, le condizioni di degrado in cui vivono tanti afghani sotto un regime che nemmeno chi, qui da noi, apprezza i tabù linguistici del politicamente corretto, può evitare di definire «barbaro». Nei resoconti sullo stato attuale del Paese da parte di giornalisti con una lunga esperienza sul campo era sempre presente il confronto con gli anni della occupazione militare occidentale, quando la società afghana – tutte le testimonianze concordano – stava rifiorendo, le bambine andavano a scuola, si respirava un’aria assai diversa dall’attuale. Questa constatazione avrebbe dovuto favorire una riflessione su noi stessi, sul mondo occidentale. Soprattutto, avrebbe dovuto spingere i tanti occidentali che pensano tutto il male possibile della società occidentale, ad adottare un atteggiamento un po’ meno manicheo. Come è possibile che quell’Occidente che costoro descrivono come la fonte di ogni nefandezza sia il medesimo la cui occupazione militare di un territorio (quello afghano), una volta terminata, diventi oggetto di rimpianto e di nostalgia?
Non è possibile che ciò accada perché, insieme alle suddette nefandezze, c’è anche qualcosa che merita di essere apprezzato nelle tradizioni occidentali?
Si può fare anche un altro esempio di attualità. Oggi l’Europa si scandalizza perché la Serbia ha deciso di onorare la memoria di Ratko Mladic, il «macellaio di Srebrenica», morto in detenzione all’Aia. Ma vale la pena di ricordare che Mladic e gli altri come lui vennero messi in condizione di non più nuocere a seguito dell’intervento militare della Nato – cui partecipò anche l’Italia sotto la presidenza del Consiglio di Massimo d’Alema – nel 1999 all’epoca della guerra del Kosovo. Ovviamente, un intervento militare non si fa mai solo per ragioni umanitarie. Si trattava di riportare ordine nei Balcani. Ma un effetto dell’intervento fu la fine dei massacri di tanti inermi. Non solo infamie e nefandezze dunque. L’antioccidentalismo a prescindere è oggi assai diffuso in Occidente. Ha promotori zelanti a tutti i livelli. Da Hollywood alle più prestigiose università occidentali, e giù giù per li rami in tante altre istituzioni educative nonché nei mezzi di informazione. L’antioccidentalismo di una parte rilevante degli occidentali spiega l’atteggiamento di coloro (in Italia sono una folla) che preferiscono l’antioccidentale Putin all’occidentale Zelensky, che simpatizzano per Hamas e per i pasdaran iraniani, eccetera. Non hanno remore a fare il tifo per spietate autocrazie a condizione che siano nemiche del mondo occidentale. Si comprende il perché: se pensi che l’Occidente sia l’incarnazione del male, chiunque lo combatta merita simpatia e appoggio. L’antioccidentalismo occidentale è il principale bacino elettorale in cui pescano i movimenti politici estremisti.
Nell’antioccidentalismo occidentale sembra possibile distinguere due filoni. Il primo è quello dei delusi: citano le «promesse non mantenute» dell’Occidente, lo scarto fra la realtà, con tutte le sue imperfezioni, e l’ideale (occidentale) di una società pienamente libera, rispettosa della dignità umana, senza plateali ingiustizie. Nonché capace di diffondere libertà, pace e benessere nelle altre aree del mondo. Essi enumerano i fatti che mostrano la lontananza della realtà dall’ideale. Si può replicare che la «società perfetta» non esiste, non è mai esistita, e che, a questo mondo, si tratta di scegliere il meno peggio. La società occidentale ha tante volte esercitato la violenza contro altre società? Certamente sì. Come hanno sempre fatto tutte le civiltà che si sono succedute nella storia. Ma perché tale constatazione dovrebbe oscurare i tanti aspetti apprezzabili come, ad esempio, quel tanto di libertà di cui godiamo? Il filone dei delusi è forse, almeno in parte, recuperabile, è forse possibile spingerlo ad adottare una visione meno manichea. Per esempio, la tesi che circola fra i delusi secondo cui l’Occidente avrebbe «affamato» tutti gli altri popoli è smentita dai fatti. I numeri parlano chiaro. Nello stesso periodo in cui si affermava la cosiddetta «globalizzazione», la crescita dell’interdipendenza economica sotto la spinta degli occidentali, le economie di tante società extraoccidentali coinvolte crescevano. Al punto che mentre ancora una trentina di anni fa la percentuale del Pil globale dei Paesi occidentali raccolti nel G7 era più del doppio di quella dei Paesi che attualmente fanno parte dei Brics, oggi il rapporto è drasticamente cambiato: il Pil dei Brics ha superato quello dei Paesi del G7. Forse sono da abbandonare luoghi comuni, pregiudizi e partiti presi.
Fra gli antioccidentali (è il secondo filone) ci sono poi gli irrecuperabili. Sono le «personalità autoritarie», quelli che vogliono un capo che decida per tutti, che considerano le libertà occidentali un’ipocrita coperta che nasconde rapporti di dominio e sfruttamento. Sono quelli a cui va benissimo un regime in cui i dissidenti finiscano in galera, vengano torturati o volino giù dalle finestre. Tanto, essi pensano, ciò non può capitare a loro. Loro, se un tale regime si affermasse, parteciperebbero, applaudendo, alle adunanze oceaniche promosse dal capo. Abbandonando al loro destino gli irrecuperabili, si può concludere in questo modo. Posto l’inevitabile scarto fra gli ideali e la realtà, c’è comunque un metodo infallibile per stabilire se un regime politico sia migliore o peggiore di un altro e, implicitamente, per stabilire se la società occidentale sia oppure no il peggio che si possa immaginare. Consiste nel porsi una domanda: dati due regimi politici (poniamo: una democrazia occidentale e uno dei tanti regimi autocratici esistenti) in quali dei due, fossi costretto a scegliere, preferirei vivere? Il grande vantaggio è che per applicare questo metodo non serve essere in possesso di conoscenze politiche sofisticate.