repubblica.it, 4 settembre 2026
Ex Ilva, partite le lettere di licenziamento
L’area a caldo dell’ex Ilva è appesa a un filo, ma per le aziende dell’indotto è già tempo di far calare il sipario. Anche se l’istanza di sospensiva presentata alla Corte d’appello di Milano dalle amministrazioni straordinarie di Ilva spa e Acciaierie d’Italia sarà discussa il 9 settembre, sono già partite le prime lettere di licenziamento. Stando a quanto denunciano i sindacati, sarebbero 2.500. Altre potrebbero partire nei prossimi giorni. Fra le aziende dell’indotto, soprattutto quelle che operano in regime di monocommittenza, prevale il pessimismo.
Anche se il governo ha fatto sapere che martedì prossimo, oltre ai sindacati dei metalmeccanici, incontrerà a Palazzo Chigi i vertici di Confindustria e di altre associazioni datoriali, le imprese dell’indotto, soprattutto le più piccole, ritengono che manchi la volontà di dare loro un sostegno concreto. Alcune di loro hanno deciso di mandare un segnale proprio all’esecutivo, senza aspettare l’esito dei tavoli e dei ricorsi.
I ricorsi contro la chiusura dell’area a caldo
La chiusura dell’area a caldo avrebbe effetti devastanti per l’occupazione. Si tratta di un aspetto evidenziato, fra gli altri, nei due ricorsi distinti, ma coincidenti nei contenuti, presentati alla Corte d’appello di Milano per chiedere la sospensiva del decreto che il 27 luglio scorso ha imposto lo spegnimento degli altiforni entro 90 giorni per gravi violazioni ambientali e sanitarie. Salvare quel che resta della produzione di acciaio made in Italy, secondo le due strutture commissariali, è possibile, a patto che lo stop alla chiusura arrivi prima del 16 settembre.
Trascorsa quella data, comincerebbero le operazioni di spegnimento che si concluderebbero prima del 27 ottobre. I danni, secondo i commissari, sarebbero ingenti: almeno 2 miliardi di euro, fra blocco dei reparti produttivi e mancati introiti, oltre che la perdita di 15mila posti di lavoro fra dipendenti diretti e indotto. Alla possibilità di recuperare l’area a caldo, pur nei limiti indicati dai provvedimenti giudiziari, continua a credere Jindal Steel International, la cui offerta vincolante di acquisto è sul tavolo del governo. La cordata italiana, guidata da Federacciai, formalizzerà la propria offerta per l’area a freddo dopo gli incontri a Palazzo Chigi.
La lettera di licenziamento delle imprese dell’indotto
L’associazione delle imprese dell’indotto-appalto ex Ilva di Taranto ha trasmesso oggi ai sindacati le “lettere relative alla procedura di licenziamento collettivo che coinvolgerà un numero di lavoratori superiore alle 2.500 unità”. Nicola Convertino, presidente Aigi, in un lettera spiega che “si tratta di un atto estremo e doloroso, al quale non avremmo mai voluto fare ricorso. Licenziare le nostre maestranze significa privarsi del patrimonio più prezioso e dell’orgoglio delle nostre aziende, un capitale umano costruito in anni di ingenti investimenti nella formazione e di duri sacrifici. Purtroppo – dice Convertino – tale provvedimento rappresenta un atto dovuto e inevitabile, diretta conseguenza dell’improvvisa scadenza fissata per la chiusura dell’area a caldo già nel mese di ottobre, per la quale non si ravvisa alcuna possibilità di riavvio”.
Fiom-Cgil a Meloni: “Rischio bomba sociale”
"Non vorremmo ricordare il governo più longevo della storia repubblicana come quello che ha chiuso l’Ilva senza offrire alcuna prospettiva occupazionale, industriale e ambientale”. È l’allarme lanciato dalla Fiom Cgil di Taranto in una lettera aperta alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che oggi sarà a Bari per festeggiare il record del governo più longevo della storia repubblicana.
Secondo la Fiom, dal 2012 “nessun governo” ha programmato un serio processo di transizione ecologica, mentre si è intervenuti con “decreti d’urgenza per rinviare un problema sicuramente non di facile soluzione”, aggravando progressivamente le condizioni dei lavoratori e degli impianti. Poi il riferimento all’udienza del 9 settembre davanti alla Corte d’Appello di Milano: “Il prossimo 8 settembre a Palazzo Chigi il governo dovrà necessariamente dare risposte” alla piattaforma sindacale e chiarire “se intenda chiudere un sito d’interesse strategico, mettendo per strada 20 mila lavoratori e provocando una bomba sociale e ambientale senza eguali”. La Fiom denuncia inoltre che nello stabilimento sarebbero già in corso riunioni per avviare le procedure di spegnimento dell’area a caldo.