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 2026  settembre 04 Venerdì calendario

Il Nyt contro OpenAI (e Trump) per i diritti d’autore

Un giornale paga uno stipendio ai giornalisti. Questi giornalisti verificano le informazioni e pubblicano un articolo che – alla sua uscita – è subito protetto dal diritto d’autore. Una società tecnologica copia quel testo – insieme a miliardi di altre opere – per insegnare a un modello di intelligenza artificiale a rispondere alle domande. Deve chiedere il permesso e pagare una licenza?
Il governo degli Stati Uniti risponde che, almeno per il solo addestramento, il permesso non è necessario. E interviene così dalla parte di OpenAI nella causa che la contrappone al New York Times.
Il primo settembre il Dipartimento della Giustizia ha depositato una memoria di 20 pagine davanti al Tribunale federale di Manhattan. Sostiene che l’impiego di testi protetti per addestrare i grandi modelli linguistici va considerato, in linea generale, fair use: un uso ragionevole, proporzionato, dunque consentito senza l’autorizzazione del titolare dei diritti.
Gli interessi del Paese
È la prima volta che il governo federale prende posizione – in maniera abbastanza dirompente – nelle numerose cause che giornali, scrittori, musicisti ed editori hanno promosso contro le società dell’intelligenza artificiale.
La portata dell’intervento va precisata. Il governo non entra nel processo come parte e non decide chi abbia ragione. Presenta uno Statement of Interest, lo strumento che permette al Dipartimento della Giustizia di illustrare a un Tribunale gli interessi degli Stati Uniti toccati da una controversia.
Il giudice Sidney Stein, titolare del caso, non è obbligato a seguire questa interpretazione. Il documento ha però un peso politico e giuridico rilevante, anche perché entra nella causa che rappresenterà un precedente chiave nei rapporti tra piattaforme IA e industria culturale.
La vertenza del 2023
Il procedimento nasce dalla denuncia che il New York Times ha presentato nel dicembre 2023 contro OpenAI e Microsoft. Il quotidiano sostiene che milioni di articoli siano stati impiegati senza alcun permesso. Aggiunge che ChatGPT e Copilot possono, in alcuni casi, riprodurne parti consistenti o offrire un prodotto capace di vanificare la consultazione della fonte originale.
Come la pensa Donald Trump, al riguardo? La memoria del governo americano chiama in causa – attenzione – i cinesi e le guerre. Descrive lo sviluppo dell’IA come un interesse strategico degli Usa. In questo quadro, regole troppo restrittive favorirebbero le aziende di Paesi (come la Cina) dove i vincoli giuridici non sono altrettanto stringenti.
Il governo statunitense precisa anche che i giganti nazionali degli algoritmi non sono soltanto aziende di pace, anzi. Alcuni fra essi lavorano anche ad applicazioni di tipo militare che la Casa Bianca giudica rilevanti. Per questo motivo, aziende simili non vanno frenate, in linea di principio.
Le poche concessioni
A proposito della proprietà intellettuale del New York Times, il documento del governo fa qualche timida concessione: non si spinge a dire che qualsiasi risposta di un chatbot sia lecita. Riconosce che un output, una risposta capace di diffondere un’opera originale può violare il copyright.
Ammette infine che non è sempre legittimo procurarsi i materiali attraverso qualsiasi fonte. E considera ammissibili accordi di licenza tra editori e piattaforme AI, ma soltanto se limitati ad esempio all’uso delle notizie che arrivano in tempo reale.
Fin qui le poche concessioni agli editori. Per il resto, il governo pensa che la missione delle intelligenze artificiali non sia certo quella di violare i diritti degli editori. Questi modelli AI analizzano enormi quantità di testi semplicemente per imparare schemi statistici e generare nuove risposte.
La copia “trasformativa”
La copia sarebbe quindi altamente trasformativa. Non servirebbe in quanto tale. Viene usata per uno scopo più alto: costruire uno strumento capace di tradurre, riassumere un testo, scrivere un messaggio nuovo e originale, esaminare documenti.
Il governo respinge infine la teoria della “diluizione del mercato”.La produzione in massa di nuovi testi artificiali non attenta necessariamente al valore economico delle opere umane che l’editore suppone sottostanti alla creazione algoritmica.
Il New York Times non prende bene la memoria governativa. A muso duro, accusa l’amministrazione Trump di essersi schierata al fianco di poche società tecnologiche dal valore di migliaia di miliardi di dollari, sacrificando gli autori che producono i contenuti.
La reputazione della testata
Secondo il giornale, innovazione e creatività umana possono convivere soltanto se le aziende pagano un compenso equo per il materiale che rende possibili i loro prodotti. Consentirne l’impiego senza autorizzazione minaccerebbe la sostenibilità economica del giornalismo.
La causa – precisa il gruppo editoriale – non riguarda soltanto i testi utilizzati durante l’addestramento. Il cerchio va allargato.
Il Times ricorda le risposte che avrebbero riprodotto articoli della testata quasi alla lettera. Ricorda anche che ChatGPT avrebbe attribuito informazioni inesistenti alla testata stessa, con grave danno per la sua reputazione.