Corriere della Sera, 4 settembre 2026
La carica tutta d’oro degli stipendi dei capi azienda
Ottocentottanta milioni di dollari in 15 anni. Sono i compensi ricevuti da Tim Cook alla guida di Apple, dal 2011 al primo settembre scorso. Nel solo 2025 Apple ha dichiarato per lui 74,3 milioni di dollari: 3 milioni di stipendio, 57,5 milioni in premi azionari, 12 milioni di incentivi cash e 1,8 milioni di altre voci. Eppure, nell’America delle grandi corporation, ormai nemmeno eccezionale.
Secondo Equilar-Associated Press, nel 2025 il compenso mediano dei ceo dell’S&P 500 è salito a 17,7 milioni di dollari, +5,9% in un anno. Fra i cento manager americani meglio pagati, l’indagine porta la remunerazione mediana a 39,4 milioni, più 35,8% e record della rilevazione.
La ragione è che a correre non è più tanto la busta paga. Fra questi cento ceo il salario base mediano è rimasto intorno a 1,3 milioni, mentre i premi azionari sono balzati del 44,6%, a 28,4 milioni. È l’equity – azioni, stock option e performance share – a legare sempre più la ricchezza del manager al valore futuro dell’azienda.
Da qui cifre che sembrano appartenere a un altro sistema di misura. Equilar attribuisce a Elon Musk un compenso 2025 di 132,3 miliardi di dollari; dietro di lui Dylan Field, ceo di Figma, con 864,4 milioni. Nove dei primi dieci hanno pacchetti nell’ordine delle nove cifre. Cook, con 74,3 milioni, non entra nemmeno nella top ten.
Ma i 132 miliardi di Musk non sono denaro finito sul suo conto: rappresentano il valore attribuito al gigantesco piano azionario di lungo periodo di Tesla, legato a obiettivi industriali e di Borsa. Spesso queste classifiche misurano premi futuri, non quanto il manager abbia già incassato. Lo stesso vale per Sundar Pichai. Il ceo di Alphabet ha uno stipendio da 2 milioni di dollari, ma il piano triennale può arrivare fino a 692 milioni se saranno centrati gli obiettivi fissati dal gruppo.
L’Europa resta lontana dalle cifre americane, anche se ha avuto i suoi casi clamorosi. Carlos Tavares, quando guidava Stellantis, arrivò nel 2023 a 36,5 milioni di euro. In Italia la scala è ancora diversa: nel 2025 Carlo Messina di Intesa Sanpaolo è arrivato a 12,62 milioni, Andrea Orcel di UniCredit a 11,47 e Philippe Donnet di Generali a 10,12. Negli Stati Uniti il decimo della classifica Equilar sfiora i 100 milioni di dollari.
Il fenomeno non nasce oggi. Nel dicembre 1997 Michael Eisner, allora numero uno di Disney, esercitò stock option accumulate in quasi nove anni realizzando un profitto di circa 565 milioni di dollari. Il Washington Post lo definì «il più grande payday per un manager nella storia». Quel record, allora quasi inconcepibile, oggi è stato superato da diversi pacchetti assegnati in un solo esercizio. Con una differenza: Eisner trasformò davvero quelle opzioni in un guadagno; molti maxi-piani odierni sono promesse condizionate a risultati futuri. E mentre i compensi salgono, gli azionisti protestano meno: nel 2026 il sostegno ai «Say on Pay» nell’S&P 500 è salito al 90,4%. Se il titolo cresce, anche un maxi-compenso diventa più facile da accettare.
È forse questa la fotografia più nitida della nuova età dell’oro dei manager. Non vengono più pagati soltanto per dirigere un’azienda: ricevono una quota, potenziale e condizionata, del valore che promettono di creare. Ed è lì che i milioni diventano centinaia di milioni o, come nel caso di Musk, miliardi.