Corriere della Sera, 4 settembre 2026
Volkswagen, c’è l’intesa. Taglio di 100 mila posti di lavoro
Addio al marchio Seat entro il 2029, 100 mila esuberi, vendita di partecipazioni in 750 aziende, inclusa Ducati. Secondo i media tedeschi, sono alcuni dei dettagli del drastico piano di ristrutturazione che i manager di Volkswagen hanno sottoposto per la seconda volta al voto del consiglio di sorveglianza del colosso dell’auto tedesco. Il primo tentativo era stato un fallimento. Troppa la distanza fra i rappresentanti degli azionisti e quelli dei lavoratori.
Ieri in tarda serata è però arrivata la svolta: al termine di una riunione straordinaria del consiglio di sorveglianza, è stato dato il via libera all’unanimità al taglio complessivo di 100 mila posti di lavoro. E alla globalità del Piano Future 2030 del ceo Oliver Blume che potrebbe avere conseguenze dirompenti sull’assetto futuro non solo di Volkswagen, ma anche delle relazioni industriali in Germania.
Il documento punta ad abbattere i costi per rispondere alla concorrenza aggressiva dei costruttori cinesi in Europa e in Cina. Oltre al taglio di 100 mila dipendenti, una riduzione di personale senza precedenti nella storia recente, la strategia comporta una riduzione del portafoglio di partecipazioni di Volkswagen di circa un terzo. Il management avrebbe in particolare bollato come cedibili, in tutto o in parte, 750 quote azionarie delle oltre 2.000 detenute da Volkswagen. Nell’elenco figurerebbero Europcar, destinata alla quotazione in Borsa, e Ducati, che potrebbe esser venduta in tutto o in parte. Secondo alcune fonti, il gruppo tedesco avrebbe già iniziato ad avvertire le banche d’affari della volontà del management di valorizzare il produttore di moto di Borgo Panigale. Secondo indiscrezioni, il marchio Seat dovrebbe poi andare fuori mercato nel 2029, sostituito dal brand Cupra che negli ultimi anni sta generando più vendite e profitti. Più in generale, il gruppo ridurrà la capacità produttività in Europa di 500 mila unità per adattarla alla nuova dimensione della domanda e delle vendite di Volkswagen. Quattro fabbriche della casa – che impiegano 40 mila addetti – potrebbero andare incontro alla chiusura fra il 2031 al 2034, se nel frattempo non saranno trovate soluzioni alternative. I potere del consiglio di sorveglianza – la cui maggioranza è espressione di sindacati e land della bassa Sassonia – saranno limitati alle decisioni più importanti e «materialmente significative». A una prima lettura, l’accordo pare una vittoria per i manager e gli azionisti forti – la famiglia Porsche-Piech e del fondo sovrano del Qatar – che sostenevano il piano di Blume e premevano per un taglio dei costi che rilanci profitti e corsi azionari di Volkswagen. È una sconfitta per i rappresentanti dei lavoratori e della Bassa Sassonia che si erano opposti con forza a ulteriori uscite e chiusure.
Nel caso di un’ulteriore bocciatura nel consigli, Blume e i manager avevano minacciato di sottoporre il loro piano direttamente al voto dell’assemblea degli azionisti di Volkswagen, dove la famiglia Porsche-Piech e il fondo del Qatar dispongono di circa il 70% dei diritti di voto. La resa dei conti assembleare avrebbe però aperto una frattura difficilmente rimarginabile fra soci e manager da un lato, governo della Bassa Sassonia e lavoratori dall’altro. Con possibili ricadute anche politiche.