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 2026  settembre 04 Venerdì calendario

Rivedere il calendario scolastico

La prima campanella è ormai vicina. Dopo quasi tre mesi, milioni di studenti italiani torneranno tra i banchi, mentre per le famiglie finirà, almeno per un altro anno, la complessa gestione del tempo estivo. Quella che appare come una semplice cesura del calendario scolastico è in realtà il punto d’incontro di questioni più ampie: continuità educativa, disuguaglianze sociali, costi economici e organizzativi per le famiglie e, oggi, adattamento al cambiamento climatico.
L’Italia è tra i Paesi Ocse con la pausa estiva più lunga: circa 13 settimane, contro le 8,9 della media Ocse. Nell’aprile 2026, l’Organizzazione ha raccomandato di ridurne la durata, collegando una pausa estiva più breve a una maggiore continuità educativa e a minori divari di apprendimento, soprattutto per gli studenti provenienti da contesti svantaggiati. In Italia, questi divari hanno inoltre una marcata dimensione territoriale: secondo Invalsi 2026, nell’ultimo anno della scuola secondaria di secondo grado la quota di studenti che raggiunge almeno il livello di adeguatezza in matematica passa dal 52% nazionale al 45% nel Sud e al 41% nelle Isole. Anche l’accesso alle alternative educative alla scuola è profondamente diseguale: secondo dati Sogei-Opencivitas elaborati da Openpolis, nel 2021 i centri estivi e i servizi pre/post scuola raggiungevano circa il 15% dei minori nei comuni dell’Emilia-Romagna e dell’Umbria, contro l’1,9% in Campania. Il problema diventa quindi anche cosa accade durante quei tre mesi. Una recente ricerca sperimentale condotta su 1.038 studenti vulnerabili in nove città italiane ha rilevato effetti positivi di un programma estivo di attività educative e tutoraggio sull’apprendimento dell’italiano e, seppur più contenuti, della matematica. Gli effetti sono risultati più marcati tra gli studenti della scuola primaria e quelli con bisogni educativi speciali o provenienti da contesti vulnerabili.
Per le famiglie, la chiusura della scuola ha anche un costo economico e organizzativo. Nel 2025, secondo Eures-Adoc, un centro estivo a tempo pieno costava mediamente 173 euro a settimana, circa 1.384 euro per otto settimane per un figlio e 2.671 per due; a Milano la spesa arrivava a 227 euro a settimana. Dal 2023 il costo medio era aumentato del 22,7%. Reddito familiare, disponibilità dei nonni, flessibilità lavorativa e offerta locale finiscono così per determinare una parte maggiore delle opportunità educative e di cura.
C’è infine un elemento che fino a pochi anni fa sarebbe stato estraneo a questo dibattito: il clima. L’European Environment Agency segnala che le scuole dell’Europa meridionale e sudorientale sono tra quelle maggiormente esposte alle alte temperature durante il periodo delle lezioni e che, con il cambiamento climatico, anche tempi e durata delle vacanze estive potrebbero richiedere un riesame. Nello scenario di alto riscaldamento, il visualizzatore EEA stima per il Sud Sardegna un aumento da 10 a 44 giornate scolastiche annue con temperature di almeno 30°C, dal periodo 2021-2040 alla fine del secolo, considerando una probabilità superiore al 20% di raggiungere tale soglia.

Il cambiamento climatico rende però meno semplice ridurre la pausa estiva: spostare parte dell’attività scolastica verso mesi sempre più caldi richiede di considerare anche la resilienza delle infrastrutture e l’organizzazione delle attività. In un Paese nel quale le condizioni dell’edilizia scolastica variano fortemente tra territori, la risposta dovrà privilegiare interventi di climate resilience semplici e progressivi – ombreggiamento, ventilazione, verde, isolamento – insieme a una maggiore flessibilità nell’organizzazione delle attività nei periodi di caldo estremo.
Riformare le vacanze scolastiche significa quindi ripensare il ruolo della scuola nella società italiana: non soltanto luogo di istruzione, ma anche presidio di equità sociale e servizio essenziale per le famiglie. Finché opportunità educative, servizi territoriali e condizioni delle scuole continueranno a variare così fortemente tra territori, una pausa estiva di quasi tre mesi rischia di lasciare proprio alle famiglie il compito di compensare ciò che il sistema pubblico non riesce a garantire.