Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  settembre 04 Venerdì calendario

Israele cambia i libri di testo agli studenti palestinesi

Il libro è nuovo e la copertina ancora rigida, l’odore quello della carta appena stampata. Dentro, è scomparsa la storia che a Gerusalemme Est si insegnava con i programmi dell’Autorità palestinese. Quest’anno, nelle prime elementari e nelle prime medie pubbliche, si usa il curriculum israeliano. Dal 1967, quando la città fu occupata, nelle aule arabe giravano i testi giordani, poi quelli dell’Anp. Da martedì i libri sono cambiati, e quando cambia un libro, da queste parti, rischia di cambiare anche la Storia che si racconta.
Sono 45 mila su 120 mila gli studenti arabi della città che seguono i nuovi programmi. Il 38 per cento. Quindici anni fa erano poche centinaia, nel 2020 10.347, l’anno scorso oltre 27.0oo. Il Comune da anni finanzia le classi delle scuole private che adottano il percorso israeliano: il ministero spinge e i presidi ricevono indicazioni che spesso sanno di ordine. Ma il conto lo fanno pure i genitori, la sera: è sopravvivenza. Ramallah e Betlemme sono a un passo, ma stanno oltre il muro e i check-point. Invece, l’Università ebraica del Monte Scopus, sorge sulla collina senza barriere. Studiare in ebraico dà la bagrut, la maturità israeliana, e la bagrut apre l’università e poi, se va bene, porta anche un lavoro.
Sui libri, la mano della censura del governo Netanyahu ha lavorato di fino. Via le pagine sulla Nakba, la «catastrofe» del 1948, l’esodo e l’espulsione di 700 mila arabi dalle loro case. Via i detenuti nelle carceri israeliane, le mappe della Palestina storica, le bandiere e i simboli. Nei nuovi testi, protesta l’Anp, quelle pagine non ci sono. Dall’altra parte, il governo israeliano accusa i manuali palestinesi di disegnare cartine senza Israele, usare parole antisemite e presentare la lotta armata come modello. «È un gioco storico. Ogni anno impongono sempre di più la loro narrazione, la nostra è diventata proibita», dice Firas, insegnante di scienze in una scuola pubblica. «Io lo sento meno. Ma i colleghi di storia, letteratura e geografia ci fanno i conti ogni giorno». I palestinesi parlano di «escalation senza precedenti dal 1967». Israele di opportunità. Gli attivisti, di demolizione.
Anche l’Unrwa ne fa le spese. Prima della guerra, l’agenzia Onu per i rifugiati della Palestina gestiva 706 scuole in cinque Paesi, per oltre mezzo milione di alunni. Nella sola Gaza erano 284, altre 96 fra Cisgiordania e Gerusalemme Est. Israele accusa una parte del personale di legami con Hamas e altre organizzazioni armate. L’agenzia respinge. Dal gennaio 2025 la Knesset ne ha vietato ogni attività sul suolo israeliano.
Sempre martedì, nello stesso lato della città, dieci istituti cristiani non hanno aperto i cancelli. Oltre 70 insegnanti e personale sono rimasti bloccati a Betlemme e in altri villaggi della Cisgiordania, perché i permessi d’ingresso non sono arrivati. Le scuole sostengono che il contratto di lavoro non basta più, sarebbe necessaria anche un’autorizzazione di ricongiungimento familiare, legata a un coniuge o a un parente residente a Gerusalemme. Cogat, l’ufficio israeliano che gestisce gli affari civili nei Territori, risponde che chi aveva i requisiti ha ricevuto il via libera dopo i controlli di sicurezza. I presidi ribattono che i documenti sono arrivati quando il primo giorno era già finito. E i bambini sono rimasti a casa.