Corriere della Sera, 4 settembre 2026
JD Vance: la guerra contro l’Iran durerà ancora
Il giornalista dell’agenzia Mehr sta davanti a un pick-up, sotto una tettoia di foglie di palma. Passa una bara avvolta nella bandiera iraniana. Lui indica il piccolo feretro e racconta che dentro c’è Amir-Mohammad Karimi, quattro anni, «martire» dell’attacco americano nel Sud del Paese. Attorno, petali lanciati in aria planano a ritmo di una marcia funebre che suona da un altoparlante gracchiante. Mentre i soldati immobili, coi fucili stretti al petto, guardano la scena. «Se si fosse trattato di una base militare, non sarebbe stato così doloroso. Hanno trasformato la gioia di un matrimonio in un lutto», dice un uomo.
Ieri, Teheran ha seppellito i quattro morti della festa nuziale di Kuhestak uccisi nell’ultimo raid americano di lunedì. Diciotto le vittime totali. «Doveva essere una notte d’amore e risate», scrive una ragazza su Instagram. Gli sposi sono vivi. Washington sostiene d’avere colpito torri e siti di comunicazione iraniane. Il Comando centrale nega d’avere preso di mira civili: un’indagine visiva del New York Times conferma che si è trattato di ordigni americani. Teheran parla di crimine di guerra e ricorda la scuola elementare di Minab, dove, all’inizio della guerra, sono stati uccise più di 150 bambine. Il capo del Corpo delle Guardie rivoluzionarie, Ahmad Vahidi, promette che le vittime «saranno vendicate».
La tregua armata e poi saltata tra Stati Uniti e Repubblica islamica non sembra trovare soluzione. L’attacco di un drone iraniano ha fato danni a un edificio residenziale in Kuwait, e non ci sono vittime. Il regime sostiene di avere colpito anche basi americane nel Golfo, ma il governo statunitense nega che i colpi siano andati a segno.
Durante un briefing alla Casa Bianca, un giornalista chiede a J.D. Vance se la guerra finirà prima delle elezioni di midterm. Il vicepresidente americano allarga le braccia. «Bisogna chiederlo agli iraniani, quando smetteranno di sparare contro le navi». Vance sottolinea in oltre che «non la definirei una guerra. In questo momento non ci sono scontri a fuoco in corso».
Washington con la Repubblica islamica non ci vuole parlare finché Teheran continuerà a sparare alle navi commerciali di Hormuz. Sulle nozze di Kuhestak, il vicepresidente resta «scettico».
Il suo capo Trump prova a rassicurare e dice che esiste un piano d’emergenza, che le munizioni sono «praticamente illimitate» – al contrario di quello che insinuano i «nemici» – e che gli Stati Uniti si stanno rifornendo per ogni evenienza. Il Wall Street Journal dà i numeri: il Pentagono ha prolungato in Medio Oriente il dispiegamento di circa 50 mila soldati e 19 navi da guerra.
A minacciare si mette anche Israel Katz, il ministro della Difesa israeliano. Se Teheran colpirà Israele – il timore è che lo faccia durante le feste ebraiche – cadranno tutte le restrizioni. L’aviazione potrà prendere di mira infrastrutture militari, civili ed energetiche, fino a ricacciare il Paese «nell’età della pietra». Una citazione.
Nemmeno Teheran ferma le minacce e avverte Washington che risponderà alle offensive israeliane in Libano.
Dopo un mese di tregua, americani e iraniani sono tornati al loro mestiere. Il blocco navale dei porti iraniani e le sanzioni sembrano avere il loro effetto. Ma il regime non indietreggia. Senza diplomazia, Washington non riesce a cambiare il finale. Il New York Times descrive un meccanismo che Trump ripete in loop: prima la pressione economica, poi il raid. Dopo, la minaccia del colpo decisivo e l’appello agli iraniani perché rovescino chi li governa – lo ha appena rifatto. Trump punta a logorare il Paese e a convincere Teheran che resistere costa più che trattare. Il problema è sempre lo stesso: il regime, pur ferita, continua a rispondere.