Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  settembre 03 Giovedì calendario

Unicef, un minore su cinque è vittima di abusi online

L’Unicef ha pubblicato il rapporto “Through Children’s Eyes: How Digital Technologies Enable Child Sexual Abuse” (“Attraverso gli occhi dei bambinə: come le tecnologie digitali facilitano l’abuso sessuale minorile”) coinvolgendo 20mila giovani di età comprese tra i 12 e i 17 anni dislocati in 21 Paesi (l’Italia non è tra questi) tra Europa dell’Est, Africa, Asia e Sud America. In aggiunta, per raccogliere testimonianze ancora più approfondite e dirette, la ricerca ha interessato anche 100 giovani di età compresa tra i 16 e i 24 anni, i quali hanno raccontato le esperienze di abuso e sfruttamento sessuale digitale subite durante la loro infanzia.
I dati rivelano che, nell’arco dei 12 mesi coperti dall’inchiesta, quasi un minore su cinque, tra quelli che utilizzano la rete, ha vissuto almeno una forma di sfruttamento e abuso sessuale facilitato dalle tecnologie digitali. L’indagine è stata volta nel quadro del progetto Disrupting Harm, collaborazione scientifica internazionale realizzata dall’Unicef insieme all’alleanza globale di organizzazioni non governative Ecpat International che si batte contro la prostituzione infantile, la pornografia minorile e il traffico di minori a scopo sessuale. A fianco dei due istituti, l’Interpol.
Cosa emerge dalla ricerca
Gli abusi di diverso ordine avvengono soprattutto sulle piattaforme social più popolari – tema non del tutto nuovo – e sono per lo più perpetrati da persone che le vittime conoscono già.
Le conseguenze psicologiche, sempre secondo il lavoro svolto dall’Unicef, sono pesanti e hanno a che fare con aumenti significativi del rischio di autolesionismo e pensieri suicidi tra i minori coinvolti. Tuttavia, i casi denunciati alle autorità competenti sono meno dell’1% e, più che la paura, pesano su questo tasso molto basso la scarsità di informazioni per chiedere aiuto.
A tale proposito, Unicef sollecita i governi e le aziende tecnologiche ad adottare misure urgenti per rendere il web più sicuro e per fornire adeguato supporto alle vittime.
Il fenomeno in cifre
Le stime preparate dall’Unicef parlano di 15 milioni di bambinə esposti a contenuti sessuali non desiderati e altri 9 milioni che hanno ricevuto richieste forzate di intraprendere conversazioni a sfondo sessuale o di condividere immagini intime contro la propria volontà. Inoltre, quattro milioni di bambinə hanno subito la diffusione non consensuale di proprie foto o video intimi.
Per la direttrice generale dell’Unicef Catherine Russell, in accordo con gran parte degli esperti coinvolti nella ricerca, i numeri potrebbero essere di gran lunga superiori a causa della diffusa tendenza a non denunciare l’accaduto.
Trappole digitali sui social
Quasi il 60% dei casi registrati si è consumato su piattaforme di reti sociali e servizi di messaggistica istantanea come Facebook, Instagram, Snapchat, TikTok e WhatsApp. Il 14% degli abusi ha avuto luogo invece nell’ecosistema dei videogiochi online, sfruttando le funzioni di chat e di interazione condivisa.
Le percentuali rappresentano valori medi. Per esempio, nel Montenegro, l’80% dei casi di abusi avviene sulle piattaforme social mentre in Colombia la percentuale diventa prossima al 50%.

Il ruolo delle intelligenze artificiali
All’interno del panorama digitale, il ricorso alle IA rappresenta una delle minacce più recenti per la sicurezza delle minori e dei minori online. Infatti, la facilità con cui è possibile creare immagini o video intimi falsi e realistici, ha colpito oltre un milione tra ragazzi e ragazze.
I contenuti generati dalle IA vengono utilizzati anche come strumenti di estorsione e ricatto, poiché i colpevoli minacciano di diffonderli sul web per costringere le giovani e i giovani a sottomettersi a ulteriori richieste sessuali o economiche.
L’impatto psicologico di queste violenze, continua la ricerca, è del tutto sovrapponibile a quello provocato dalla divulgazione di materiale reale, esponendo le vittime a una costante vergogna, al giudizio sociale delle proprie comunità e a un grave rischio di isolamento emotivo. Inoltre, la diffusione di contenuti sintetici ostacola il lavoro delle forze di polizia che faticano a distinguere le immagini generate da algoritmi da quelle reali, con il rischio di ritardare il soccorso e l’identificazione di minori che si trovano in situazioni di pericolo.
Un dato che scardina l’opinione comune riguarda l’identità di chi compie questi abusi. Nel 57% dei casi esaminati, il responsabile dello sfruttamento è una persona già conosciuta dalla vittima, tra i quali compagni di scuola, amici, partner sentimentali o persino membri della famiglia.
Solo nel 38% dei casi l’incontro iniziale tra la vittima e l’abusante è avvenuto direttamente nello spazio virtuale. In queste circostanze, i malintenzionati fanno un uso sistematico di profili falsi e messaggi privati per aggirare i controlli e conquistare la fiducia di ragazze e ragazzi. Anche questi episodi non sono inediti.
Le ferite invisibili
L’impatto psicologico sui minori è devastante e mina la loro capacità di fidarsi degli altri e di sentirsi al sicuro. Le adolescenti e gli adolescenti colpiti manifestano elevati livelli di ansia, paura, vergogna e isolamento sociale. Lo studio dimostra che le vittime di abusi digitali hanno una probabilità quattro volte superiore di sviluppare pensieri o comportamenti legati al suicidio e all’autolesionismo rispetto ai loro coetanei. In nazioni come il Messico e la Macedonia del Nord, il rischio di pensieri o condotte suicide tra i minorenni abusati sale a oltre otto volte rispetto alla media e, parallelamente, tra i giovani pakistani, il pericolo di comportamenti autolesionisti cresce di oltre sette volte.
Nonostante le conseguenze emotive, la maggior parte dei minori non riceve alcun supporto psicologico o legale e, ancora prima, oltre il 40% delle ragazze e dei ragazzi che subiscono violenza digitale sceglie di non confidarsi con nessuno, tenendo l’accaduto interamente per sé.

I Paesi presi in esame dalla ricerca
I ventuno Paesi in cui sono stati raccolti ed elaborati i dati si trovano in Africa, Asia, America Latina ed Europa dell’Est, e comprendono Armenia, Brasile, Cambogia, Colombia, Repubblica Dominicana, Etiopia, Indonesia, Kenya, Malesia, Messico, Montenegro, Mozambico, Namibia, Macedonia del Nord, Pakistan, Filippine, Serbia, Tanzania, Thailandia, Uganda e Vietnam.