Corriere della Sera, 3 settembre 2026
Nel governo i sospetti sul generale «incontrollabile»
L’allarme è concreto. E più delle dichiarazioni dei ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto di queste ore, lo dimostrano i report con cadenza quasi mensile che il governo – attraverso la nostra intelligence – invia al Copasir.
Il monitoraggio delle influenze della Russia (ma anche dell’Iran e della Cina) è costante. Il Comitato parlamentare per la sicurezza della repubblica maneggia ormai sempre con più frequenza i cosiddetti dossier Foreign information manipulation and interference (Fimi). Cybersicurezza, banche dati, intelligenza artificiale, industria per la difesa e infrastrutture critiche: i fronti sono questi. E si possono racchiudere in due parole: guerra ibrida.
L’arresto lo scorso luglio di due ex agenti dell’Aisi che cedevano, in cambio di denaro, informazioni alla Russia non è che un tassello di questo puzzle così complesso e multiforme. Motivo per il quale il ministro della Difesa Guido Crosetto commentò l’inchiesta lanciando «un appello fra tutti i partiti contro le ingerenze russe per difendere la nostra democrazia». Perché, aggiunse, «non abbiamo gli anticorpi e siamo penetrabili: fate un’analisi dei bot e ve ne rendete conto. L’aumento c’è stato con i social».
Che la manipolazione dell’opinione pubblica porti a un condizionamento delle prossime elezioni resta un argomento più che «fattuale». Anche perché sullo sfondo, ma non troppo, c’è poi la battaglia politica quotidiana in vista delle prossime urne, ormai fra un anno suppergiù. Con un protagonista che sembra stagliarsi su tutti: il generale in pensione Roberto Vannacci, leader di Futuro nazionale. Nel governo, seppure in mancanza di pistole fumanti, sono in molti a coltivare il sospetto che possa in qualche modo essere condizionato da Mosca dove lavorò come addetto militare per l’ambasciata italiana.
L’articolo del Financial Times che lo indica come «cavallo di Troia della Russia in Italia» non ha sorpreso Palazzo Chigi, a partire dalla premier Giorgia Meloni. Anzi, semmai ha solo fortificato un pensiero che in molti hanno nell’esecutivo senza poterlo affermare pubblicamente. «Si pensa, ma non si dice» è il ritornello dei vertici di Fratelli d’Italia, e non solo. Un silenzio strategico per evitare che Vannacci possa cogliere la palla al balzo per rovesciare le accuse contro la maggioranza. Spiegando magari che le sue posizione scettiche rispetto al sostegno alla guerra Ucraina, a favore dell’acquisto di energia da Mosca, contro l’inasprimento delle sanzioni a Putin e il riarmo europeo in fin dei conti non sono tanto lontane dalle dichiarazioni che Matteo Salvini, capo della Lega, fa da mesi, pur votando alla fine sempre con l’esecutivo di Meloni. Non a caso ieri il vicepremier del Carroccio, senza polemizzare con Tajani, ha voluto sottolineare «un’ansia antirussa che lo preoccupa». Ma se si scava sui motivi per i quali la premier non ne vuole sapere di allearsi con Futuro nazionale e le sue truppe (nonostante un sondaggio riservato che lo darebbe al 12%), a costo di lasciare Palazzo Chigi fra dodici mesi o poco meno, c’è proprio questo elemento. Il sospetto che Vannacci sia «inaffidabile» soprattutto sulla politica estera. Meglio: «Incontrollabile». Un’ombra che molti consiglieri di Meloni condividono ormai da mesi in riunioni e colloqui privati, soprattutto da quando lo scorso febbraio l’allora vicesegretario leghista decise di lasciare Salvini per fondare un nuovo partito politico. «Non è difficile pensare che chi tradisce una volta tradirà ancora», ha detto ieri l’altro il presidente del Senato Ignazio La Russa al Corriere. Una frase che in molti, dentro FdI, hanno letto con molta attenzione soffermandosi su una parola: tradimento. Il caso del drone esploso a Lipsia – con tanto di risvolto italiano legato a uno dei due attentatori – ha costretto però il governo ad alzare di nuovo lo sguardo. Il Copasir ha chiesto una nota informativa per la prossima settimana.