Avvenire, 2 settembre 2026
Matteo Sioli parla dei suoi risultati atletici
Tre settimane dopo la medaglia di bronzo europea ha un sapore più dolce, sebbene sia stata purtroppo il capolinea anticipato della stagione. A vent’anni Matteo Sioli è già salito due volte sul podio continentale, indoor ad Apeldoorn l’anno passato e all’aperto a Birmingham a metà agosto, ha vinto due tappe della Diamond League (a Roma, primo italiano a trionfare al Golden Gala, e a Doha) e ha portato il primato personale a 2.30. Eppure quel terzo posto raccolto in terra inglese non gli è bastato: «Valevo molto più di 2.27, ma al primo assalto a 2.30, un problema al bicipite femorale sinistro mi ha impedito di continuare a esprimermi come avrei voluto». Quel fastidio lo ha costretto a chiudere anzitempo l’annata: gli esami strumentali eseguiti in Italia al ritorno dalla trasferta britannica hanno evidenziato infatti una lesione di secondo grado che costringerà Sioli a saltare sia la finale di Diamond League di Bruxelles (dove si era qualificato col miglior punteggio) sia l’Ultimate Championship di Budapest, dove saranno in palio lauti assegni.
Matteo, come è cambiata la percezione che ha di sé dopo il Campionato d’Europa?
«Arrivavamo già a Birmingham con la mentalità di poter conquistare una medaglia. Non è qualcosa cominciato quella sera. Direi che il percorso era partito da Apeldoorn dell’anno scorso, forse ancora prima dai Mondiali Under 20 di Lima. Mi sono reso conto di valere tanto e so che c’è ancora tantissimo da dare».
Il podio all’Alexander Stadium non è stato una sorpresa?
«No. Mi sentivo pronto per quel livello, assolutamente sì».
Peccato che la fantastica notte suggellata dal successo di Tamberi e dal suo terzo posto sia stata macchiata dal dolore dell’infortunio. Come se lo spiega?
«Probabilmente c’è stato un rilascio delle emozioni quando ho capito di aver conquistato la medaglia. Gimbo mi ha detto che la prossima volta devo coprirmi meglio e che non basta soltanto il giubbotto. Si impara anche da questi errori».
Proprio Tamberi è stato uno dei primi ad abbracciarla. Cosa ha rappresentato condividere con lui non soltanto una finale, ma anche un podio europeo?
«È stato un onore. Ci siamo detti che avevamo fatto la storia, tra virgolette, portando due italiani sul podio del salto in alto. A Gimbo bisogna stringere la mano e fare un applauso enorme per il ritorno che ha fatto. Sono felicissimo di condividere con lui le pedane e in questo caso anche il podio».
Quanto si può imparare frequentando atleti di quel livello?
«Tantissimo. Ogni allenamento e ogni gara lasciano qualcosa da portare a casa. Ma non vale soltanto per Gimbo: cerco di imparare da tutti i saltatori, da quelli che saltano più di me e anche da quelli che saltano meno. Non esiste il saltatore perfetto. Cerco sempre di prendere i punti positivi di ogni persona».
Dove si costruisce quotidianamente il suo salto?
«Mi alleno a Paderno Dugnano con Felice Delaini. Intorno a noi c’è un team molto affiatato: l’osteopata Mattia Cella, la fisioterapista Lisa Montanari e i preparatori Dustin e Joele della palestra Atomic. Poi naturalmente ci sono la mia famiglia, gli amici e la mia fidanzata. Sono tutte persone importanti nel mio percorso».
Nell’atto finale della rassegna continentale l’Italia ha schierato quattro atleti e acciuffato due medaglie. Ormai la squadra di altisti azzurri è di primo livello.
«Ci sentiamo spesso, facciamo raduni insieme e cerchiamo perfino di organizzare il calendario in modo da ritrovarci nelle stesse gare. È bello non essere soli in pedana e potersi dare forza a vicenda. Ho preso qualcosa da tutti. Tamberi, Stefano Sottile e Marco Fassinotti sono stati punti di riferimento, poi ci siamo noi più giovani, come anche Edoardo Stronati e Christian Falocchi che erano presenti nella finale di Birmingham. Più siamo competitivi e più si alza il livello medio».
Quanto è una questione di testa il salto in alto?
«Tantissimo. Sei tu contro l’asticella. La parte difficile è riuscire a spingere il corpo oltre quel limite anche dopo aver commesso un errore. La mente va allenata e preservata esattamente come il fisico».
Fuori dalla pedana lei continua una seconda carriera.
«Frequento Scienze della Nutrizione all’Università Statale di Milano e faccio parte del progetto Dual Career. Mi permette di conciliare meglio studio e attività agonistica, attraverso le lezioni online e una maggiore flessibilità per gli esami. Non è sempre semplice, ma voglio portare avanti entrambe le cose».
Perché ha scelto proprio la nutrizione?
«È una passione nata già ai tempi dell’istituto alberghiero. La carriera sportiva non dura per tutta la vita: bisogna sfruttare questo momento, ma anche pensare a quello che verrà dopo. Mi piacerebbe fare il nutrizionista, ma ora c’è ancora tanta atletica davanti».
Dopo un anno così, qual è la misura che sente di avere davvero nelle gambe?
«Non lo dico. Sono troppo scaramantico. So soltanto che ci sono grandi salti da fare e che è una questione di tempo. Sono fiero della mia carriera e so che posso ancora migliorare tanto. Adesso però devo pensare a guarire».