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 2026  settembre 02 Mercoledì calendario

Everest, l’urina dei turisti ha fatto fondere 154 tonnellate di ghiaccio

Il cambiamento climatico continua a essere la principale causa della riduzione dei ghiacciai dell’Everest, ma non è l’unico fattore a incidere sull’ambiente della montagna. Negli ultimi anni, infatti, la crescita del turismo ha aumentato in modo significativo la presenza umana nella regione, soprattutto intorno al campo base nepalese.
L’area ai piedi del ghiacciaio Khumbu è ormai molto più attrezzata rispetto al passato. Migliaia di persone, tra alpinisti, guide e lavoratori, utilizzano ogni stagione strutture dotate di cucine, sistemi di riscaldamento, illuminazione, acqua calda e altri servizi. Tutto questo richiede energia e produce calore, che può avere conseguenze anche sul ghiaccio circostante.
Un recente studio ha cercato di quantificare proprio questo effetto. Tra i risultati più curiosi emerge quello relativo all’urina prodotta dagli alpinisti: secondo le stime dei ricercatori, il suo contributo al riscaldamento locale avrebbe favorito la perdita di circa 154 tonnellate di ghiaccio.
Un ghiacciaio sempre più vicino alle attività umane
L’Everest dispone di due principali campi base. Quello nepalese si trova a circa 5.364 metri di quota, direttamente ai piedi del ghiacciaio Khumbu, mentre quello sul versante tibetano è situato a circa 5.154 metri, vicino al ghiacciaio Rongbuk.
È soprattutto nel Khumbu che la crescita del turismo è diventata evidente. Le strutture che accolgono i visitatori non offrono più soltanto servizi essenziali: oggi è possibile trovare camere più confortevoli, bagni privati, docce calde, connessione internet, prodotti da forno e ambienti riscaldati.
Un livello di comfort impensabile fino a qualche decennio fa, ma che comporta un consumo crescente di combustibili. Nel 2023, per sostenere le attività di circa 2.000 tende, sono state impiegate 824 bombole di gas di petrolio liquefatto, quasi 19mila litri di cherosene e oltre 5mila litri di benzina.
L’energia prodotta da queste attività si aggiunge così al riscaldamento globale, creando un effetto particolarmente evidente nelle immediate vicinanze del campo base.
L’Everest è diventato un business
La conquista della vetta non è più un’esperienza accessibile esclusivamente a pochi alpinisti professionisti.
Attorno all’Everest si è sviluppata una vera industria del turismo d’alta quota, con spedizioni organizzate che possono costare decine di migliaia di dollari e, nei casi più esclusivi, arrivare a diverse centinaia di migliaia.
Il costo comprende numerosi elementi: permessi, guide, assicurazioni, trasporti, equipaggiamento e servizi logistici. L’intera spedizione può durare tra le sei e le otto settimane.
Dopo essere arrivati in Nepal, gli alpinisti raggiungono generalmente la regione dell’Everest partendo da Lukla. Da qui inizia un trekking di diversi giorni verso il campo base. Una volta raggiunta la quota, però, la salita non può proseguire immediatamente.
Il corpo deve infatti abituarsi gradualmente alla diminuzione dell’ossigeno. Per questo gli scalatori effettuano diverse rotazioni tra il campo base e le quote superiori, prima di attendere le condizioni meteorologiche adatte per affrontare l’ultimo tratto verso la vetta, a 8.848 metri.
Temperature più alte intorno al campo base
Per comprendere quanto la presenza umana possa incidere sul ghiacciaio, gli studiosi hanno esaminato immagini termiche raccolte nell’arco di oltre trent’anni, dal 1991 al 2023.
Sono state confrontate le temperature della superficie del campo base con quelle delle zone innevate del Khumbu e di aree vicine non ricoperte dal ghiaccio. I risultati hanno mostrato un aumento delle temperature in tutta la regione, ma con una crescita più marcata nell’area occupata dal campo base.
Secondo i ricercatori, una parte di questa differenza potrebbe essere collegata al calore generato dalle attività quotidiane: cucinare, riscaldare gli ambienti, illuminare le tende e alimentare le diverse apparecchiature utilizzate dagli alpinisti.
In primavera, l’energia impiegata per garantire questi servizi contribuirebbe alla perdita di milioni di chilogrammi di neve e ghiaccio.
Anche l’urina contribuisce allo scioglimento
Tra i dati più insoliti emersi dalla ricerca c’è quello legato alla gestione dei rifiuti liquidi. A causa dell’altitudine e dell’intensa attività fisica, gli alpinisti devono assumere grandi quantità di acqua. Di conseguenza, al campo base vengono prodotti migliaia di litri di urina ogni giorno.
Mentre una parte dei rifiuti solidi viene raccolta e trasportata lontano dalla montagna, l’urina viene in alcuni casi smaltita direttamente nell’ambiente. Il liquido, più caldo rispetto alla superficie ghiacciata, trasferisce energia termica al ghiaccio circostante.
Secondo le stime dello studio, questo fenomeno avrebbe contribuito alla perdita di circa 154 tonnellate di ghiaccio durante una stagione.
Si tratta di una quantità che può apparire enorme, ma che deve essere rapportata alle dimensioni complessive del fenomeno. Il contributo dell’urina è infatti molto più contenuto rispetto a quello derivante dall’utilizzo dei combustibili. E, soprattutto, non cambia il quadro generale: il principale responsabile della perdita di ghiaccio resta il riscaldamento globale.
Un problema che riguarda anche la sicurezza
La riduzione dei ghiacciai dell’Everest non rappresenta soltanto una minaccia per l’ambiente. Il progressivo aumento delle temperature può rendere più instabili le masse di ghiaccio e aumentare il rischio di valanghe e crolli, mettendo ulteriormente in pericolo gli alpinisti.
Lo scioglimento dei ghiacciai può inoltre favorire la formazione e l’espansione di laghi glaciali, con il rischio di improvvise fuoriuscite d’acqua capaci di interessare anche le comunità che abitano più a valle.
Per ridurre almeno in parte l’impatto delle attività umane, è stata quindi presa in considerazione anche l’ipotesi di trasferire il campo base in una posizione più stabile e distante dal ghiacciaio.
La vicenda dell’Everest mostra così un problema più ampio: mentre il cambiamento climatico continua a trasformare rapidamente l’alta montagna, la crescente presenza del turismo aggiunge ulteriori pressioni su un ambiente estremamente fragile. Anche attività apparentemente banali, dal riscaldamento delle tende allo smaltimento dell’urina, possono avere un effetto quando vengono concentrate in migliaia di persone a oltre 5.000 metri di quota.