il Fatto Quotidiano, 2 settembre 2026
“Simenon è il più grande… malgrado sé e i lettori pigri”
Stralci del “Simenon” di André Gide. L’inedito “Dossier” (1938-50) sarà in libreria da venerdì con Aragno.
Già da lungo tempo mi riprometto di scrivere uno studio su Simenon. Dal tempo in cui, cioè, ebbi il piacere di scoprirlo. Ma mi sono lasciato distanziare… Mi sarebbe piaciuto essere il primo a prezzare (letterariamente) questo romanziere che stimo considerevole. Ma Thérive (critico letterario, ndr) mi ha preceduto. A oggi, nei confronti di Simenon, non ci sono più malintesi; quasi più. Spettava dunque a Thérive dichiararlo per primo. È di questo che ero geloso. Certo: la notorietà di Simenon non attendeva questo articolo; ma una notorietà di lega non buonissima. Il malinteso viene da lui; ha troppo dilettato il pubblico, il grande pubblico perché i delicati, i letterati, acconsentissero a vedere in lui altra cosa che un tipo dilettevole. Il successo dei suoi primi romanzi polizieschi fosse stato meno grande, la restaurazione sarebbe stata più facile. Quel che faceva torto a Simenon, è Simenon medesimo. Era catalogato, classificato. È meno disagevole partire da zero che trionfare su un’opinione già formata. Quando Simenon smise di interessarsi al proprio detective Maigret, già celebre, il pubblico smise di interessarsi a Simenon, intendo il pubblico precedentemente acquisito. Si rivolgeva ad altri lettori. I primi non lo riconoscevano più; i nuovi, quelli ch’egli meritava, che avrebbe dovuto avere, rifiutavano di riconoscerlo. Doveva a poco a poco conquistarli. Ci ha messo il tempo che occorreva. A oggi la partita è vinta. Eppure numerosi sono ancora quelli che ostentano palato fino, che dicono: Simenon, sì, ma – scrive troppo, e scrive male, (ché quel che gli fa torto, inoltre, è la sua straordinaria abbondanza), e che grideranno al paradosso se asserisco che stimo Simenon un grande romanziere, il più grande probabilmente e il più autentico romanziere che oggi abbiamo in Francia.
Che Simenon sia oggi il nostro più grande romanziere, è quanto domani non sarò più il solo a dire… Simenon conta già oggi molti ferventi ammiratori, a Parigi, in provincia e all’estero. Non sarei minimamente sorpreso se, in capo a breve tempo, e intervenendo un certo snobismo, egli conoscesse quella voga che passa oltre la critica e in cui il gusto diviene infatuazione. Ma nell’attesa Simenon rimane vittima di quella pigrizia spirituale del pubblico che si attiene una volta per tutte al primo giudizio. La riuscita di alcuni dei suoi primi libri ha valso a Simenon la pericolosa reputazione di autore di romanzi polizieschi: genere sospetto e screditato che lo confina nella periferia della letteratura. Ha avuto un bel pubblicare, in seguito, uno dopo l’altro, 10, 15, 20 libri eccellenti di natura molto diversa – nulla da fare: ti conosco buon detective e detective resterai.
Si è molto insistito sulla mediocrità dei personaggi di Simenon. È pur vero che è spaventosa. Ma quel che mi tocca è il sentimento angosciante, atroce ch’essi hanno della mediocrità in cui vivono; è lo sforzo che fanno per uscirne; sforzo goffo, assurdo, e che, il più sovente, li immerge più a fondo ancora nel malessere.
Una questione si pone, alla quale soltanto Simenon può rispondere: ho per lui ammirazione, affetto, stima delle più vive. Ma, come che sia, non lo conosco ancora abbastanza per sapere se sia uomo da preferire la verità a complimenti lusinghieri, per giurare che non si adombrerà per una severità che, in me, sarebbe solo segno di stima e che, nella fattispecie, oso accordare solo a pochissimi; se infine non me ne vorrà se gli dico che non riconosco, in queste pagine dattilografate che ha avuto la gentilezza di sottoporre al mio buonsenso, tutte quelle qualità che gusto sì fortemente, per solito, nei suoi scritti… Lo amo e lo stimo abbastanza per non potergli mentire e, siccome tengo molto al suo affetto, preferirei tacere piuttosto che produrgli una lode che non sarebbe affatto sincera. Ho dunque letto queste pagine con sostenuta attenzione, ma con stupore, uno stupore sul quale tutta la mia precostituita simpatia non riusciva a trionfare; come spiegare, mi domandavo avanzando, che il romanziere più romanziere nato di oggi, il più abile a darci della vita altrui una visione penetrante, allucinante, a interessarci (e assumo questa parola nel senso più forte, come quando si dice che un banchiere è interessato alla riuscita di un affare), a creare dei personaggi vivi, ansimanti, palpitanti, reali – ci presenta qui, allorché si tratta di essere reali, solo delle ombre?… Ma l’evocazione miracolosa ha il fiato corto. Resta una specie di tenerezza, affascinante, inattesa e alla quale, diamine, sono sensibile; ma alla quale sarei ben più sensibile se non fosse quella dell’autore medesimo, che sposo; se l’autore sapesse farmela provare direttamente. Probabilmente, rileggendolo, se ne renderà conto lui stesso; ma non è impossibile che l’emozione che prova nel sommuovere questi ricordi non lo imbrogli; ed ecco perché voglio avvertirlo, da amico.