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 2026  settembre 01 Martedì calendario

La tassa europea fa crollare i pacchi cinesi: per Temu, Shein e AliExpress cali nelle vendite fino al 40%

Un mese e mezzo di applicazione sono bastati a produrre il primo effetto misurabile: le importazioni di piccoli pacchi provenienti dalla Cina verso l’Unione europea sono scese tra il 30% e il 40%. Lo ha reso noto il ministero dell’Economia francese, citando i dati delle dogane transalpine, in un momento in cui Bruxelles cercava proprio questo genere di conferma. Dopo mesi di annunci, tavoli tecnici e resistenze delle piattaforme coinvolte, la tassa da 3 euro su ogni categoria merceologica contenuta nei colli extra-UE, entrata in vigore il 1° luglio, sta facendo quello per cui era stata pensata: rallentare un flusso che nel 2025 aveva raggiunto dimensioni difficili anche solo da immaginare.
Interpellate dall’agenzia France Presse, le aziende coinvolte hanno reagito in ordine sparso. Shein ha preferito non commentare, mentre Temu e AliExpress non hanno risposto nell’immediato. Del resto, nessuno dei tre colossi ha interesse a confermare pubblicamente perdite di questa entità, ma nemmeno a smentire numeri che arrivano da una fonte istituzionale.
Va chiarito subito un punto: quella entrata in vigore a luglio non è tecnicamente un dazio doganale nel senso classico del termine, bensì una tassa forfettaria di 3 euro applicata a ogni categoria di prodotto presente in un singolo collo. Un pacco che contiene tre articoli di categorie merceologiche diverse (poniamo un accessorio per smartphone, un capo d’abbigliamento e un oggetto per la casa) genera quindi un prelievo complessivo di 9 euro, indipendentemente dal valore della merce. È una misura pensata per colpire proprio il modello di business che ha reso Temu e Shein fenomeni di massa: spedizioni singole, di basso valore unitario, spedite direttamente dalla Cina al consumatore finale, che fino a giugno beneficiavano di un’esenzione doganale totale per tutti i pacchi sotto i 150 euro. Un vuoto normativo che per anni ha permesso a queste piattaforme di competere ad armi impari con qualunque rivenditore europeo, costretto invece a pagare IVA e dazi fin dal primo centesimo. 
La misura è pensata come transitoria. Resterà in vigore fino a quando non sarà completata una riforma più ampia del sistema doganale europeo, attesa entro due anni, che punta a eliminare del tutto la soglia di esenzione dei 150 euro e non solo a tassarne il transito con un forfait.
A fotografare l’impatto reale sui consumatori è stata Joko, applicazione francese di shopping che analizza le transazioni bancarie di circa 1,5 milioni di utenti e che rappresenta oggi una delle fonti più affidabili per capire cosa succede realmente nei carrelli, al netto delle dichiarazioni ufficiali delle aziende. Il dato più clamoroso riguarda Temu: tra giugno e luglio i volumi di vendita della piattaforma sono crollati del 50%, un dimezzamento secco arrivato nel giro di poche settimane. AliExpress ha perso il 37%, un calo comunque pesante anche se meno drastico. Shein, invece, ha limitato i danni a un più contenuto 15%.
Parallelamente al crollo dei volumi, Joko ha registrato un fenomeno complementare e altrettanto interessante: la crescita dello scontrino medio. Chi continua a comprare su queste piattaforme spende di più a ogni ordine, segno che gli utenti stanno riorganizzando gli acquisti per ammortizzare il costo fisso della tassa concentrando più articoli in un unico pacco. Tra giugno e luglio il valore medio del carrello è salito del 30% su Temu e del 27% su AliExpress, che nel frattempo ha confermato di aver iniziato a includere direttamente nei prezzi esposti il costo dei nuovi oneri doganali, invece di scaricarlo come voce separata al momento del checkout.
La tenuta relativa di Shein rispetto ai concorrenti è risultato di una scelta industriale precisa presa con largo anticipo. Il gruppo, nato in Cina ma oggi con quartier generale a Singapore, ha aperto già a dicembre 2025 un magazzino di enormi dimensioni in Polonia, punto di snodo logistico che gli permette di gestire una parte crescente degli ordini europei senza far transitare la merce direttamente dalla Cina pacco per pacco.Se un ordine viene evaso da uno stock già presente in territorio europeo, l’esposizione alla nuova tassa sui piccoli colli extra-Ue si riduce sensibilmente, perché buona parte della logica del provvedimento (colpire l’importazione diretta e frammentata dalla Cina) smette semplicemente di applicarsi. È lo stesso schema, va ricordato, che Amazon adotta da anni con i propri centri di distribuzione europei, e che oggi diventa per Shein un vantaggio competitivo diretto rispetto a Temu e AliExpress, ancora largamente dipendenti dalla spedizione diretta dall’Estremo Oriente. Non stupisce quindi che, mentre i concorrenti vedono i volumi dimezzarsi, Shein riesca a contenere le perdite a una cifra a due cifre ma decisamente più gestibile. 
Per capire perché Bruxelles e Parigi festeggiano questi numeri come una piccola vittoria, bisogna guardare alla dimensione del fenomeno che la tassa prova a contenere. Nel 2025 sono entrati nel mercato europeo quasi 5,9 miliardi di piccoli pacchi, pari a un volume che tradotto in tempo reale significa oltre 180 colli ogni secondo, giorno e notte, per l’intero anno. Numero quadruplicato rispetto al 2022, una crescita che in appena tre anni ha ridisegnato interi segmenti del commercio al dettaglio europeo, dalla moda low cost agli accessori tecnologici fino agli oggetti per la casa. Di questo oceano di pacchi, il 93% arrivava dalla Cina, un dato che da solo spiega perché la misura, pur formulata in termini neutri, sia stata letta ovunque come rivolta esplicitamente contro Temu, Shein e AliExpress. Le tre piattaforme hanno costruito la propria fortuna europea proprio sulla combinazione tra assenza di dazi sotto i 150 euro e costi di produzione cinesi imbattibili, un mix che ha permesso loro di competere non solo sul prezzo ma anche sulla velocità con cui hanno saturato il mercato pubblicitario dei social network e delle app. A complicare il quadro c’è poi il tema della conformità dei prodotti. Le autorità europee sospettano che una quota rilevante della merce in transito non rispetti gli standard comunitari di sicurezza, dai giocattoli ai dispositivi elettronici, fino ai cosmetici. Un problema che va oltre la pura questione commerciale e tocca la tutela dei consumatori, ed è uno dei motivi per cui negli ultimi due anni si sono moltiplicate le denunce di associazioni di categoria e parlamentari europei, che alle accuse di concorrenza sleale hanno affiancato quelle di impatto ambientale e, nei casi più gravi, di condizioni di lavoro nelle filiere produttive.
Per i consumatori italiani il quadro che emerge dai dati francesi vale, con differenze marginali, anche a queste latitudini: chi ha fatto della spesa su Temu e AliExpress un’abitudine settimanale si trova oggi davanti a un conto più salato, mentre chi acquistava su Shein nota un rincaro meno brusco, complice proprio la scelta polacca del gruppo. È plausibile che nei prossimi mesi anche Temu e AliExpress seguano la stessa strada, aprendo hub logistici in territorio europeo per aggirare in parte l’effetto della tassa, così come è probabile che i prezzi esposti continuino a salire per assorbire gli oneri già in vigore e quelli in arrivo da novembre. Resta da vedere se il calo dei volumi si stabilizzerà su questi livelli o se, come spesso accade con le misure di questo tipo, l’effetto iniziale si attenuerà quando piattaforme e consumatori avranno trovato nuovi equilibri. La riforma doganale attesa tra due anni, quella destinata a superare del tutto la soglia di esenzione dei 150 euro, resta comunque l’appuntamento decisivo.