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 2026  settembre 02 Mercoledì calendario

Trump difende i data center, ma il partito non lo segue

Con un post su Truth il presidente Trump ha dichiarato che sta chiaramente dalla parte di Big Tech nel dibattito sui data center, i grandi edifici pieni di computer e server che fanno funzionare l’Intelligenza artificiale. Trump afferma che chi si oppone al loro sviluppo vuole essere «arretrato e povero» e lasciare che la Cina abbia la meglio nella competizione tecnologica. Ma molti repubblicani si stanno riposizionando sui data center, di fronte ad una opinione pubblica che sta diventando nettamente diffidente – soprattutto se vengono costruiti nella propria comunità: una diffidenza che sembra essere più legata ai costi e all’impatto locale che alla paura dell’Intelligenza artificiale in sé. In comunità rurali conservatrici, si sono create alleanze trasversali alle divisioni politiche: agricoltori e ambientalisti dalla stessa parte contro mega-data center che usano enormi quantità di elettricità, acqua e ricevono incentivi fiscali.
La partita dei data center è gigantesca e coinvolge energia, Big Tech, politica industriale, sicurezza nazionale ed elezioni. Il presidente li considera una infrastruttura strategica: nel luglio 2025 ha ordinato di accelerare drasticamente i permessi per data center e infrastrutture elettriche ad essi legate anche su terreni federali. Una delle conseguenze è stata la corsa alle centrali a gas. Tutto questo fa parte di una nuova politica industriale americana voluta da Trump, con miliardi di dollari di investimenti. Ma è diventato un problema assai delicato in vista delle elezioni di midterm tra due mesi. La posizione netta pro-Ai di Trump non aiuta i repubblicani, anche se il presidente sa che il problema sussiste e ha fatto firmare alle aziende Big Tech un impegno a procurarsi l’energia necessaria per i data center a proprie spese, senza ricadute sui consumatori.
Vedendo crescere l’opposizione populista, diversi repubblicani che avevano appoggiato i data center si stanno riposizionando come «pragmatici moderati». Anziché promettere moratorie sulla costruzione di nuovi capannoni, chiedono «guardrail» e protezioni dalla crescita incontrollata dell’Ai.
È la linea del governatore del Texas Greg Abbott in corsa per il quarto mandato: dopo politiche molto favorevoli ai data center (il Texas è diventato un polo importante), ora promette di lavorare per rimuovere gli incentivi fiscali e ha ordinato una verifica e la sospensione temporanea di nuovi allacciamenti alla rete elettrica; i democratici ribattono che si rimangerà le promesse dopo le elezioni. Molti repubblicani stanno seguendo il «modello Abbott». In Florida Byron Donalds, candidato repubblicano a governatore e attaccato per i finanziamenti ricevuti da Big Tech, si presenta ora come un «realista»: non vuole vietare i data center ma promette che «qui non andrà come in Virginia dove li hanno costruiti davanti alle porte delle case». In Michigan il candidato repubblicano al Senato si dice invece a favore di una moratoria di un anno. In Wisconsin, il candidato conservatore al Senato accusa il rivale democratico di essere «amico» dei data center (anche se hanno posizioni simili). Di fatto si è sviluppato un consenso bipartisan che gli Stati dovrebbero rimuovere gli incentivi fiscali e far sì che Big tech paghi per lì’energia dei data center, ma non è detto che il consenso rimarrà dopo il voto di novembre. Entrambi i partiti sono diventati populisti su questo tema, ma solo negli Stati in cui cercano di strappare il potere ai rivali, non in quelli che hanno già sotto controllo.