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 2026  settembre 02 Mercoledì calendario

Riforme, il ballottaggio perde quota

Con 697 emendamenti depositati in larghissima parte dall’opposizione il focus si sposta in Aula: la discussione sulla riforma elettorale inizierà mercoledì prossimo, il 9, probabilmente senza relatore. E sarà battaglia. Il centrosinistra, compatto su 8 emendamenti unitari, anche uno per allontanare la prospettiva delle primarie che divide i progressisti, punge gli avversari: «Meloni legge i sondaggi del giorno e prova a costruirsi una legge elettorale su misura. Vergognoso», dice Elly Schlein.
Ma i sei giorni che separano dal dibattito saranno necessari alla maggioranza per trovare un’intesa sui punti ancora controversi dello Stabilicum. Raggiunto l’accordo sulle preferenze, con una correzione a parziale tutela della rappresentanza di genere, il nodo adesso è senz’altro il ballottaggio.
Alla fine l’unico emendamento al riguardo rimane quello firmato da Marcello Pera, che sarà depositato «a titolo personale» direttamente in Aula per evitare al governo di esprimere un parere che ancora non c’è. La proposta del senatore di FdI prevede il ballottaggio nel caso in cui nessuno abbia raggiunto il 48% in entrambe le Camere, tra le prime due coalizioni, purché entrambe siano sopra il 38%. Forza Italia che, con FdI, sosteneva il secondo turno, ha rinunciato a depositare un suo emendamento. Segnale di un parziale ripensamento: «Perché intestarci una battaglia perdente?», la tesi prevalente da ieri tra gli azzurri. E anche un segnale distensivo alla Lega che si oppone alla modifica perché inficerebbe l’appello al voto utile e gonfierebbe le vele al movimento di Roberto Vannacci. Matteo Salvini ne avrebbe diffusamente parlato durante l’ultimo vertice tra leader, due giorni fa.
La questione comunque non è affatto archiviata: sulla base dell’emendamento Pera, si possono tentare riformulazioni e ulteriori limature per trovare un punto di mediazione. Purché «politicamente condivise», assicurano tutti i dirigenti coinvolti. Ma il margine è molto ridotto per ragioni «non solo politiche ma tecniche», spiegano. Tecnicamente, infatti, l’abbassamento della soglia a partire dalla quale le due principali coalizioni si sfiderebbero al secondo turno, potrebbe non garantire a nessuno la maggioranza in Parlamento. Cioè il principio su cui si fonda la riforma: la governabilità.
È il drappo rosso per Giorgia Meloni che segue l’iter personalmente e con attenzione: «Non mi fate pareggiare perché io col Pd o in altre formule di larghe intese non governerò mai», ha ribadito la premier ai suoi nelle ultime ore. Parole che anche dentro FI fanno breccia. «Siamo disponibili a valutare nell’iter parlamentare ogni proposta utile, ma privilegiamo il dialogo», dice la capogruppo in Senato Stefania Craxi. «Niente forzature o divisioni. Portiamo a casa il risultato rapidamente e non esponiamoci a un tiro al bersaglio in Aula», traducono i tecnici. Tutto da vedere, non si esclude neanche che l’emendamento Pera possa essere ritirato.
Risolta, invece, in maggioranza la questione preferenze. Con i capilista bloccati, l’elettore potrà scegliere tre candidati, da indicare con una crocetta accanto al nome. L’alternanza di genere sarà obbligatoria ma solo dal secondo nome in avanti, salvo ripensamenti in Aula. Stesso principio per il listino di coalizione del premio. Per i capilista nessuna «riserva» per le donne. «Una presa in giro» sintetizza l’obiezione della minoranza Raffaella Paita di Italia viva: gli unici eletti certi sono infatti i capilista. Per la norma antiframmentazione introdotta alla Camera su spinta di FI, le ipotesi di modifica (non sottoscritte dagli azzurri) che arriveranno in Aula sono diverse: dalla cancellazione a un abbassamento della soglia sotto la quale le liste non vedrebbero conteggiati i loro voti. Potrebbe scendere dall’attuale 3% al 2 o all’1. «Sotto il 2 non la votiamo», avverte FI.
Le opposizioni che potrebbero scendere in piazza per rendere manifesta la loro compattezza sul no alla riforma, respingono l’intero impianto della legge. A cominciare dal doppio turno. «Una mossa disperata che rende questa pessima legge ancor più incostituzionale», la bolla Schlein. «Faremo muro», la sua promessa. «Contro il centrodestra diviso», il Campo largo presenta su otto emendamenti: per introdurre «preferenze vere», senza capilista bloccati, per eliminare l’indicazione del candidato premier, per innalzare al 45% la soglia per il premio.