Corriere della Sera, 2 settembre 2026
Hormuz, nuovi raid Usa contro l’Iran
Come nei terremoti, la notizia arriva prima da chi ha sentito. «Un’esplosione», scrive un utente da Bandar Abbas, la città portuale iraniana su Hormuz. Poi Qeshm. «Anche a Chabahar». Konarak. Bandar Lengeh, Jask, Jiroft, Ahvaz, Sirik. Il rombo rimbalza lungo la costa meridionale dell’Iran e, per qualche minuto, i social contano i boati prima delle agenzie.
La conferma arriva dal Comando centrale americano: nuova ondata di attacchi contro obiettivi dei pasdaran. Nel mirino ci sono le capacità da cui, secondo Washington, partono i tentativi di colpire navi nello Stretto di Hormuz e militari americani nella regione. È la seconda escalation in tre giorni, dopo le bombe sull’isola di Larak e la risposta iraniana con otto missili verso una base in Giordania.
Trump la chiama rappresaglia. I raid, scrive sul suo social Truth, rispondono alle mine che Teheran avrebbe tentato di piazzare nello Stretto e ai missili, tutti intercettati, lanciati contro la base americana in Giordania. Se la Repubblica islamica reagirà, promette, «sarà colpita molto più duramente». A Fox News alza ancora il tono. Se l’Iran reagirà di nuovo, dice, potrà essere «completamente distrutto. Non si fermeranno. Sono pazzi e stupidi». Sostiene che gli iraniani stessero ricostruendo radar colpiti precedentemente e che gli Usa abbiano aspettato il quasi completamento per tornare a bombardare. Dell’intesa con Teheran resta ben poco, dice: «Non vale nemmeno la carta su cui è scritta».
La replica dei pasdaran non si fa attendere. Un alto ufficiale annuncia una risposta «molte volte maggiore» e invita gli americani a tenere gli occhi al cielo. Tre ore dopo dal primo raid, il regime reagisce lanciando missili balistici e droni contro le basi americane in Giordania. E fa sapere che a Sirik le bombe Usa hanno ucciso quattro persone che si trovavano a un matrimonio. Questa nuova escalation americana fa parte di un piano per colpire lo Stretto con raid limitati. Lo scopo sarebbe impedire alla Repubblica islamica di ricostruire radar e missili con cui continuare a minacciare.
Poche ore prima, a Bishkek, in Kirghizistan e sede del vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian aveva detto che Teheran sarebbe tornata «immediatamente» ai propri impegni se Washington avesse rispettato il Memorandum d’intesa. Ha incontrato anche Vladimir Putin, che ha elogiato il «coraggio» iraniano. Intanto, da Teheran, il presidente del Parlamento Mohammad Ghalibaf offriva l’altra faccia della linea: «Se l’assedio sarà intensificato, la nostra risposta sarà militare».
È così che una guerra nata per il nucleare, si ritrova a girare intorno solo a una striscia d’acqua che, prima del 28 febbraio, non occupava nessun posto nella crisi. Anche se Scott Bessent, segretario al Tesoro Usa, prova a ridimensionarne il valore: «Fra due anni oleodotti terrestri renderanno Hormuz senza valore».
Su un altro fronte, a Gaza l’esercito israeliano colpisce a Jabalia un comandante di Hamas. Cinque morti