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 2026  settembre 01 Martedì calendario

Si è dimesso il Segretario dell’esercito Usa

Finché ad andarsene erano i generali “woke”, o i soldati trans banditi per decreto, poteva non essere bello, ma tutto sommato all’amministrazione Trump non importava granché. Se a dare le dimissioni però inizia ad essere gente come Dan Driscoll, nel Pentagono davvero qualcosa non funziona più a dovere. Non solo perché l’ormai ex segretario dell’Esercito è un amico e alleato del vice presidente Vance, con cui aveva frequentato insieme l’università, ma soprattutto perché è uno dei pochi leader con una competenza riconosciuta e un rapporto di lavoro bipartisan con tutti i membri del Congresso. Cosa che non guasta, se le forze armate ambiscono ancora ad essere percepite come un’istituzione al di sopra delle parti politiche e al servizio di tutti i cittadini americani.
Driscoll era il capo civile dello US Army, che stava cercando di riformare per metterlo al passo con i tempi della rivoluzione tecnologica in corso. È un ex ufficiale, ma le sue capacità vanno anche oltre le questioni militari, se in alcune occasioni era stato coinvolto nelle missioni diplomatiche per cercare di mettere fine alla guerra in Ucraina. Poi aveva un rapporto di amicizia personale con Vance ed era stimato da Trump, al punto che il suo nome circolava come possibile capo del Pentagono, nel caso in cui le delusioni provocate da Pete Hegseth avessero spinto il presidente a cambiare guida.
Queste voci probabilmente non hanno aiutato il rapporto fra i due, ma all’origine delle dimissioni consegnate ieri personalmente al capo della Casa Bianca ci sono altri motivi. Il primo è il risentimento per le epurazioni dei generali decise da Hegseth, per ragioni non proprio chiare, a parte la sua crociata anti woke e l’impegno a tagliare del 10% i massimi ufficiali di tutte le forze armate, salendo in particolare al 20% tra quelli con quattro stelle, ossia il livello più alto possibile. Una delle vittime è stato Randy George, capo di Stato maggiore dell’Army e quindi braccio destro militare di Driscoll, molto apprezzato fra tutti i militari. Un altro è stato Chris Donahue, capo in Europa dell’Esercito, già comandante del reparto speciale della Delta Force durante la guerra contro l’Isis. Tutta gente con grande competenza e stimata aldilà delle posizioni politiche, ma forse proprio per questo invisa a Hegseth, che preferisce avere intorno alleati ubbidienti su tutta la linea e fedeli al governo, prima che alla patria.
Il secondo problema erano le riforme che Driscoll voleva introdurre, tanto per mettere l’Army al passo con i tempi della guerra condotta con i droni, quanto per migliore le condizioni dei soldati, a partire dalla ristrutturazione delle mense. Secondo lui Hegseth frenava, o non capiva l’importanza dei mutamenti necessari, e lo ha detto apertamente a Trump consegnandogli la lettera di dimissioni. Non manca poi chi sussurra che Dan era un repubblicano tradizionale in politica estera, non così convinto dell’utilità di ridurre la presenza in Europa, proprio mentre la Russia di Putin la minaccia per cercare di ricostruire il suo impero.
La successione non sarà facile, perché alle elezioni midterm mancano ormai due mesi e farla approvare dal Senato in tempi brevi rischia di diventare assai complicato, per non parlare poi del problema pratico di lasciare l’Esercito senza la leadership civile e militare, proprio mentre è impegnato su più fronti, dall’Iran al sostegno per l’Ucraina. Dunque una frattura grave, all’interno dell’amministrazione e oltre.