la Repubblica, 1 settembre 2026
Eni & Co si muovono sul Venezuela. Accordi di investimento vicini alla firma
Big Oil è pronto a mettere nero su bianco il proprio impegno in Venezuela. Dopo mesi di negoziati con il governo e la compagnia di Stato Pdvsa, l’americana Chevron e l’italiana Eni sarebbero vicine a sottoscrivere accordi finali per investire nel settore petrolifero di Caracas, il più promettente al mondo, a giudicare dalle riserve di greggio, ma reduce da decenni di mancati ammodernamenti. Accanto alle due major – scrive l’agenzia Reuters,che per prima riporta la notizia – compaiono anche un’altra compagnia a stelle e strisce, GE Vernova, l’indiana Ongc e la colombiana GeoPark, ma la lista potrebbe ancora mutare. Le prime firme, invece, sono attese già per questa settimana.
La Fascia dell’Orinoco al centro del mirino
Le mire dei gruppi internazionali ruotano, ancora una volta, attorno alla ricca Fascia dell’Orinoco. Circa 55 mila chilometri quadrati di area paludosa, che nasconde enormi quantità di greggio extra-pesante, non della migliore qualità. Eppure queste terre hanno catturato l’interesse anche del presidente Usa, Donald Trump, che meno di una settimana fa ha firmato un’intesa con il governo di Delcy Rodríguez per assicurare agli States l’accesso a 64 miliardi di barili venezuelani.
Le major si muovono da sole
La mossa delle compagnie – precisa Reuters – è però indipendente dall’intervento di Washington. È da leggersi piuttosto come l’evoluzione pratica dei patti politici stretti la scorsa primavera tra le major e Caracas, come l’accordo siglato dall’Eni per rilanciare la produzione di greggio nella licenza Junin-5.
La maggior parte degli impegni prevede il trasferimento, entro sei mesi, dei contratti petroliferi sotto la nuova legge sugli idrocarburi, più flessibile nei confronti degli investitori stranieri sulla gestione dei giacimenti, l’esportazione del greggio e, soprattutto, l’incasso dei proventi delle vendite. Per Chevron, riporta sempre l’agenzia, l’entità dell’intesa dovrebbe essere “significativa”. Altri accordi stabiliscono i termini per nuovi progetti nel settore energetico ed elettrico. Ma i dettagli finiscono qui. Eni resta vaga, affermando di essere al lavoro con le controparti venezuelane e con tutte le autorità coinvolte per “contribuire al rilancio del settore energetico del Paese”.
Eni in Venezuela
In Venezuela il Cane a sei zampe vanta una presenza trentennale. Ma negli ultimi anni, mentre sull’economia sudamericana pesavano le sanzioni Usa, le attività dell’Eni si sono limitate alla produzione di gas per il mercato locale. L’arresto dell’ex presidente Nicolás Maduro lo scorso gennaio ha sparigliato le carte: le modifiche legislative, così come le nuove licenze per sfruttare i giacimenti – concesse dagli Usa –, hanno infuso nuova linfa all’oil&gas. Nel giro di pochi mesi l’italiana ha inanellato un accordo con Repsol e Pdvsa per accelerare i lavori a La Perla, uno dei campi di gas maggiori dell’America Latina, riavviando la produzione e fissando l’ambizioso obiettivo di esportare metano venezuelano dal 2031. Fronte petrolio, ha rivisto (a suo favore) l’accordo per il giacimento Junin-5 e proprio grazie ai nuovi barili prodotti ha ridotto a 2,7 miliardi di dollari i crediti maturati e mai riscossi. Adesso, si tratta di aggiungere il prossimo tassello.