Corriere della Sera, 1 settembre 2026
I record del diesel? Le raffinerie pesano più di tasse e mercati
Dal 2009 a oggi 30 raffinerie di petrolio hanno chiuso in Europa, il 30% del totale. Probabilmente, i proprietari si stanno mangiando le mani: quest’anno avrebbero fatto utili senza precedenti. La trasformazione del greggio in prodotti «utilizzabili» per muovere auto, camion e aerei è infatti l’attività che più ha risentito del blocco dello stretto di Hormuz. E che più ha inciso sull’aumento dei carburanti alla pompa, come dimostra un’analisi ottenuta dal Corriere sulle varie componenti di prezzo di benzina e diesel in Italia.
A gennaio la benzina costava sulle strade del Paese in media 1,65 euro; ad agosto ha toccato in media i 2 euro, con un incremento del 21%. Peggio è andata al diesel, passato da 1,70 a 2,11 euro, in crescita del 24% dall’inizio dell’anno. A pesare non è solo né tanto il rialzo del petrolio (+33%), la cui incidenza sul prezzo dei carburanti è passata da 33 a 44 centesimi. Ma soprattutto il costo della raffinazione che è salito da 18 centesimi a 36% centesimi (+100%) per la benzina e addirittura da 23 a 60 centesimi per il diesel (+161%).
Come si spiega questo rincaro? Il mercato dei prodotti derivati si sta dimostrando meno elastico di quello della loro materia prima. E quindi meno in grado di assorbire gli choc. Se prima della guerra la produzione di greggio superava la domanda, l’offerta e i consumi di benzina, diesel e jet fuel erano già in una situazione di (precario) equilibrio. Prima il blocco di Hormuz lo ha fatto vacillare; poi gli attacchi ucraini alle raffinerie russe – e la successiva decisione di Mosca di bandire le esportazioni di diesel – lo hanno fatto crollare.
A causa del venir meno delle forniture dal Golfo e dalla Russia, calcola Goldman Sachs, l’export di prodotti raffinati è diminuito di 6 milioni di barili al giorno, un quarto del totale. Scatenando una corsa agli approvvigionamenti che ha fatto lievitare i guadagni delle raffinerie. I loro margini sono passati dai 10-20 dollari al barile del 2025 a picchi nel 2026 di 6o dollari al barile per il diesel e 90 dollari al barile per il jet fuel.
Una simile profittabilità potrebbe giustificare l’apertura di nuove raffinerie in Europa e negli Stati Uniti, aumentandone la sicurezza energetica. Al di là delle considerazioni di autonomia strategica, però, il ritorno nel lungo termine di un investimento da centinaia di milioni su un nuovo impianto resta incerto. Secondo alcune stime, a partire dal 2030 la domanda di benzina e diesel in Europa è destinata a contrarsi di pari passo con l’elettrificazione dei trasporti.