Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  settembre 01 Martedì calendario

Il mio Parise e il manoscritto "scandaloso" da non pubblicare

Quaranta anni fa, il 31 agosto del 1986, moriva Goffredo Parise: uno dei maggiori scrittori del Novecento, straordinario inviato nei luoghi «caldi» del mondo, firma del Corriere. Si spense, già malato e quasi cieco nella sua casetta sul bordo del Piave: luogo che amava moltissimo. Poco prima, era andato a trovarlo Moravia. Durante il pranzo si scatenò uno di quei grandi temporali veneti che portano il buio nel cielo, e Moravia descrisse come nessun altro avrebbe potuto fare quel buio di tempesta che si addensava negli occhi e nel cuore dell’amico. Parise, oltre a reportage di viaggio, tra i quali va menzionato per l’inimitabile classe L’eleganza è frigida di ritorno dal Giappone, fu l’autore di romanzi importanti come La grande vacanza (il suo esordio) e Il padrone e racconti bellissimi raccolti nei due Sillabari. La classe, nel libro cinese, consisteva nel cogliere un particolare apparentemente futile o secondario di quello che aveva intorno e da lì risalire a un quadro assai più profondo e ampio. I racconti, tutti, avevano la grazia dell’intelligenza e insieme della pietà: sia che parlassero di un bambino bellunese sconosciuto e di sua madre in vacanza per una settimana, sia di una nobildonna. Era, lui, un severo e affettuoso insieme. Nei salotti stava zitto, si annoiava, e a un tratto se ne andava via. A me, che lo incontravo spesso, dava consigli «artigianali». Tipo: faccia più dialogo, così il lettore non si spaventa a vedere la pagina piena e legge più veloce. Sul Corriere pubblicava articoli geniali. Ricordo uno sulla educazione sessuale dei bambini. A Vicenza c’era un missionario cinese che non sapeva una parola di italiano. La madre lo mandò da lui. Stavano in silenzio per un’ora: una educazione sessuale perfetta (scrisse più o meno). Lo vidi l’ultima volta a Roma in un monolocale rivestito di radica detto «la tabacchiera». A un certo punto mi fece vedere un dattiloscritto: «Non voglio pubblicarlo», disse, «è scandaloso»: poi, dopo la morte glielo pubblicò Garboli: L’odore del sangue. Ci manca molto, Goffredo.