Corriere della Sera, 1 settembre 2026
Sos studenti senza competenze
La prima campanella sta per suonare per circa 7 milioni di studenti. Più di mezzo milione di loro termineranno la scuola secondaria di secondo grado nel 2027. Ma se andiamo ad analizzare quali sono le competenze acquisite nel ciclo scolastico, i dati Invalsi e le statistiche di Istat rielaborate da Openpolis fotografano un panorama certo non incoraggiante: il punteggio medio delle prove invalsi nel 2025 è tornato a diminuire. Se si guarda tra il 2019 e il 2024, anche a causa del periodo a distanza obbligata dal Covid, in 103 capoluoghi su 112 il livello medio delle competenze alfabetiche in terza media è diminuito. E le competenze digitali? Quelle sufficienti si raggiungono (anche se con divari evidenti fra regioni) ma da sole non bastano e il rischio è che al digitale chiedano di supplire ai propri talenti. La dispersione scolastica esplicita, gli abbandoni prima della fine del ciclo, decresce anche se di poco (dal 9,8 all’8,2). Ma ancora la dispersione implicita, quella che riguarda chi conclude il ciclo scolastico ma esce senza le competenze minime previste, ondeggia negli ultimi anni tra il 6% e l’8%. Nel 2025 più di 13 giovani su 100 sono usciti dalla scuola senza maturare la preparazione necessaria. La povertà educativa è ancora un’emergenza da affrontare, specialmente nel Mezzogiorno, nelle periferie e tra i nuclei familiari con svantaggio economico.
La scuola rimane il pilatro dell’educazione, ma da sola non può farcela. Il principale strumento in Italia è il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, nato da un’intesa tra le Fondazioni di origine bancaria, il Governo e il Terzo settore, e gestito dall’impresa sociale Con i Bambini presieduta da Marco Rossi Doria: «Tante cose – spiega – bisogna acquisirle entro i 14 anni, fin dalla primaria e instradate già dalla scuola dell’infanzia. È fondamentale perché durante l’adolescenza e la prima giovinezza è sempre più difficile recuperare i gap acquisiti precocemente». I territori, i contesti e le scuole dove si apprende non sono tutti uguali. «Dobbiamo smettere – aggiunge – di trattare allo stesso modo persone con vite molto diverse tra loro per il quartiere o la periferia che abitano o per la situazione economica e sociale della famiglia».
Le forme di povertà sono in aumento e la povertà educativa ha molte dimensioni con forti divari territoriali. «La questione è accentuata nel Mezzogiorno – aggiunge Rossi Doria – dove alla fine della quinta elementare in media un bambino ha fatto un anno di scuola in meno del Centro – Nord per mancanza del tempo pieno o del tempo prolungato. Sono questioni tutt’altro che marginali da affrontare con un concorso di energie da quella che chiamiamo comunità educante». La Formazione Scuola-Lavoro che riguarda gli studenti delle classi quinte è uno strumento importante e migliorato, ma da solo non basta. La comunità educante fa leva sul principio di sussidiarietà: scuole, famiglie, Terzo settore, volontariato alleati per far crescere le competenze.
«Non si apprende solo nelle aule – aggiunge Rossi Doria – né lo si fa solo in modo trasmissivo. Si impara ovunque e dobbiamo vedere la scuola sempre più come un grande presidio educativo al centro di un processo partecipato dalla comunità. Anche le imprese possono e devono essere un luogo in cui si maturano e sviluppano nuove competenze».
Il digitale
Il digitale è protagonista dei processi educativi. «Deve essere il naturale modo per imparare – aggiunge Rossi Doria – ma non può annullare gli altri. Per affrontare i grandi problemi dell’umanità bisogna imparare a stare insieme e cooperare. Questo avviene attraverso una presenza fisica, facendo operare insieme le intelligenze di ciascuno». Nell’alleanza tra scuola e territorio sono entrate negli ultimi anni anche le organizzazioni non governative (ong) che oltre ad intervenire con progetti nei Paesi più poveri, agiscono sempre di più anche in Italia con il sostegno anche di Con i Bambini. Come i «Punto luce» di Save The Children, 27 hub educativi in cui 72.000 ragazzi e ragazze dai 6 ai 17 anni hanno realizzato fino ad oggi attività gratuite per lo sviluppo di competenze umane e digitali. «Le ong – commenta Elias Gerovasi, ideatore di Info Cooperazione e Open Cooperazione – hanno costruito su questo asse un filone di lavoro importante. Il contrasto alla povertà educativa le ha fatte mobilitare, dedicando risorse ed energie anche all’Italia e mettendo in campo la propria esperienza di educazione alla cittadinanza globale. Operano in una dinamica di lavoro di rete insieme ad amministrazioni locali, scuole, imprese». Una mobilitazione che risponde a un bisogno ormai chiaro: neutralizzare la povertà educativa. «È una crisi strutturale – conclude Rossi Doria – che va risolta dall’alleanza con le comunità».