Corriere della Sera, 1 settembre 2026
Svizzera, l’assassino del rave si è costituito
Un killer in modalità cecchino. Mirare e abbattere, mirare e abbattere, mirare e abbattere. Una pistola e un fucile, forse d’assalto. Nazionalità svizzera, soltanto questa, nessun’altra cittadinanza. Anni 43. Conoscenze e abilità nelle armi, allenamenti al poligono. Un solitario, forse senza complici. Arrabbiato col mondo, da esso ogni giorno infastidito. In cerca di obiettivi ignoti ma nella sua testa codificati: giovani in festa, le risate e il divertimento quali sommi peccati capitali da mondare.
Ecco le coordinate relative al killer veicolate, attraverso il suo stesso personale, dal dottor Michael Leupold, capo della polizia cantonale, pur nell’astrusa scelta di rinviare addirittura a domani la conferenza stampa per rivelare informazioni di pubblico interesse (e finanche cacciandoci dalla sede stessa della polizia con modalità lesive della libertà di stampa). Informazioni in merito alla chiusura, così parrebbe, dell’indagine sull’omicidio dell’italiana Maria Spinelli, migrante di 22 anni, fra i 3.500 partecipanti al rave party, nella notte di sabato su domenica, organizzato nella spianata dell’ippodromo di Aarau, 23 mila abitanti nel Nord della Svizzera, non lontano dalla Germania.
Nient’altro, dagli agenti, è stato aggiunto. E però gira con insistenza una voce: l’assassino, che risulta a un livello di comunicazione ufficiale esser stato catturato, si desume con un’operazione mirabile, si sarebbe invece costituito. S’è anzi proprio presentato assumendosi subito ogni responsabilità. Certo convinto d’esser braccato, avendo lasciato dietro sé significativi errori e testimoni a cominciare dalle quindici famiglie rom che vivono nell’insediamento posizionato lungo il sentiero di fuga del killer rispetto all’ippodromo. Egli è arrivato da una zona di campi e boschi tra le 2.30 e le 2.40, quand’era da venti minuti iniziato il deflusso degli spettatori. Ne restavano poche centinaia, sulla spianata. Maria. E cinque coetanei. Feriti, ma lievi.
Dopodiché ne gira un’altra, di voce, che la polizia non smentisce, ovvero che il killer è uno dell’esercito. Dal punto di vista dell’ortodossia del linguaggio, definirlo «riservista» è un errore, però questo è il concetto: in Svizzera, dopo la scuola da reclute, da giovani, ognuno va per il suo cammino di vita professionale, ma si permane di fatto dentro l’esercito poiché ogni anno avviene un richiamo periodico per consentire l’addestramento. Il che a seconda del grado si protrae anche a oltranza nel tempo, dopo i 35 anni, dopo i 40. Questa situazione determina la presenza fissa, per ogni svizzero, d’un fucile in casa, pur privo delle munizioni. Ma l’arma appunto c’è. Se ne parla poco, ma specie nell’area sopra le Alpi i suicidi col fucile sono diffusi; e l’uso del medesimo fucile per regolamenti di conti, rapine, agguati di vario stampo abbonda nei report di cronaca nera mai comunicati all’opinione pubblica attraverso i giornalisti. Una piaga intima e sociale.
Le ore successive all’offensiva all’ippodromo, per gli investigatori, sono stati gravati da una pressione sfiancante del Governo centrale. A otto mesi dal disastro di Crans-Montana (Capodanno, l’incendio nel bar Le Constellation, le 41 vittime), avvenimenti svizzeri hanno causato la morte di stranieri. Di giovani stranieri. Infatti vi sarebbe un distacco profondo tra l’iniziale smarrimento, il nervosismo, il caos nella progressione dell’attività investigativa, e il successivo e nemmeno tardivo colpo mirabolante con l’individuazione del soggetto colpevole. A meno che, come detto, non abbia deciso lui di chiudere il duello, o la polizia abbia ricevuto una salvifica dritta da informatori in cambio di chissà quali premi.
Lo scenario tracciato contrasta però con la convinzione di quei rom, per i quali a sparare erano in due, uno con la pistola e l’altro col fucile, s’ignora sulla base di quale concreta risultanza. V’erano sì segni compatibili con proiettili nella carrozzeria della macchina d’un nomade: accelerava per scappare e mentre sterzava s’è trovato nel buio un tizio che impugnava l’arma e vistosi illuminato dai fari ha fatto fuoco. Il nomade ora sta in Italia, gli hanno consigliato di andarsene nel timore di vendette di complici del killer. Che per la polizia non esisterebbero: un solo uomo in modalità cecchino. Sarà così?