Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2026  settembre 01 Martedì calendario

Il D-Day economico per l’Iran è rinviato. Così Cina e Russia stanno frenando i piani di Washington

Nove giorni fa il segretario al Tesoro americano Scott Bessent annunciava il suo «D-Day economico» contro l’Iran, «la più grande offensiva finanziaria mai messa in campo». Ieri al vertice dei ministri economici del G20 lo stesso Bessent conversava, faccia a faccia, con il collega russo Anton Siluanov: il delegato di uno dei due Paesi impegnati a far fallire la strategia americana di strangolamento di Teheran. Del resto la stessa amministrazione di Washington ha voluto riammettere il ministro finanziario russo a un vertice del G20 fra le proteste degli europei.
Le due iniziative, isolare l’Iran ma mantenere buoni rapporti con i suoi alleati russi, non sono necessariamente incompatibili. Viste da Washington, potrebbero essere persino legate. Dopo la visita a sorpresa del direttore della Cia John Ratcliffe a Mosca di sette giorni va, quarantotto ore dopo l’annuncio di Bessent sul «D-Day economico» contro Teheran, gli americani hanno fatto filtrare che il viaggio riguardasse tutt’altro: per mettere in guardia il Cremlino, si è detto, contro un’aggressione ai Paesi baltici. Ed è possibile che Ratcliffe ne abbia accennato con i capi del servizio segreto esterno (Svr) Sergey Naryshkin e di quello interno (Fsb) Alexander Bortnikov. Ma è improbabile che la preoccupazione per gli attacchi ibridi della Russia all’Europa sia ciò che ha spinto Donald Trump a inviare Ratcliffe a Mosca. La condotta sciatta e a volte ostile della Casa Bianca verso l’Europa nell’ultimo anno e mezzo lo rende poco credibile; la notizia filtrata due giorni dopo il viaggio di Ratcliffe sul ritiro di altri 80 mila soldati americani dall’Europa sembra smentirlo: Trump non spingerebbe tanto per alleggerire la presenza militare, se la pressione della Russia sui territori della Nato lo preoccupasse davvero.
La pressione c’è. Ma è più verosimile che con Naryshkin e Bortnikov, perché lo riferissero a Vladimir Putin, il direttore della Cia volesse parlare della rotta del Caspio. Essa è una riedizione rivista di quello che fino al 2024 era noto come il «Syria Express»: la via navale dai porti russi del Mar Nero attraverso il Bosforo fino al porto siriano di Tartus; allora serviva a Putin per alimentare l’alleato Bashar Assad di armi e cibo, aggirando le sanzioni occidentali contro Damasco e tenendo il sanguinario dittatore al potere. Adesso Winward Maritime AI, un servizio di tracciamento navale, registra che qualcosa di simile sta accadendo fra la Russia e l’Iran attraverso il Caspio. Dall’inizio della guerra il traffico cargo dai porti russi verso quelli iraniani di quel mare chiuso è triplicato, con un particolare aumento in luglio. C’è il forte sospetto che il «Caspian Express» garantisca a Teheran derrate, ma anche componenti di droni, esplosivi, munizioni. Il Cremlino del resto ha interesse a tenere gli americani impantanati in Iran e a far consumare loro Patriot che l’amministrazione, altrimenti, potrebbe vendere all’Ucraina con i fondi degli europei.
Per Trump, chiedere a Mosca aiuto per isolare economicamente Teheran significa esporsi alla pretesa di una contropartita. E per Putin la contropartita è avere quanto possibile mano libera contro l’Ucraina e negli attacchi ibridi all’Europa. Con la Russia le conversazioni sul «D-Day economico» ai danni di Teheran sono dunque in salita.
Con la Cina, se possibile, anche di più. Non importa che essa resti il principale cliente, fornitore e finanziatore dell’Iran. Nove giorni dopo il suo annuncio, Bessent non ha ancora dato né dettagli né tantomeno ultimatum contro aziende, banche o Paesi che dovessero violare l’embargo contro Teheran.
La Casa Bianca ha sì colpito con le sue misure 60 «entità» cinesi, ma tutte minori; per esempio Sweet Ocean, una società di Hong Kong che avrebbe fornito dei sistemi laser all’Iran. Invece le grandi banche e le grandi aziende di Stato di Pechino non sono state neanche sfiorate e il motivo è ovvio: il 24 settembre Xi Jinping visita Trump negli Stati Uniti, con in agenda il possibile rinnovo della tregua sulla fornitura terre rare (che scade in ottobre).
I media cinesi, come il South China Morning Post, sono già chiari: se la Casa Bianca interferisce nei rapporti economici Pechino-Teheran, può ripartire l’embargo sulle terre rare e allora gli americani avranno grandi difficoltà a ricostruire le munizioni consumate nel Golfo. Il «D-Day» economico di Bessent contro l’Iran, forse, non meritava l’uso delle lettere maiuscole.