Corriere della Sera, 1 settembre 2026
Golfo, si riaccende la guerra. Trump: «Colpiremo duro»
Dall’alto, Kharg brucia come in uno di quei trailer che anticipano troppo il finale del film. I serbatoi esplodono, una petroliera salta e così il maggiore terminal petrolifero iraniano si sbriciola sotto un cielo color rame. Un inferno. Ma non è vero. Il video è fatto con l’intelligenza artificiale e l’ha caricato Donald Trump sul suo social Truth. Teheran lo definisce «ridicolo». Il vice JD Vance, chiamato a spiegare il nuovo post presidenziale, racconta che è un messaggio agli iraniani. Intende: fermatevi o arriveranno conseguenze. Trump, puntualizza, «non annuncerebbe mai un’operazione con un filmato». Al massimo la suggerisce.
La verità, invece, è andata in onda tra domenica e lunedì notte su un’altra isola iraniana, Larak. Un lembo di terra quasi sconosciuto davanti a Hormuz. Ha 421 abitanti e la sfortuna di trovarsi nel posto più conteso degli ultimi sei mesi. Gli americani dicono di avere colpito due lanciatori dei pasdaran. Secondo Washington, stavano preparando razzi con mine navali da sparare nello Stretto.
La «punizione» di Teheran è arrivata qualche ora dopo. Le Guardie della Rivoluzione rivendicano missili e droni contro basi che ospitano forze americane in Giordania e negli Emirati. Amman annuncia di avere intercettato otto missili. Abu Dhabi dice di avere neutralizzato un drone. Una fonte del regime assicura a Reuters che resta un confronto «limitato e contenuto»: definizione elastica.
Dopo un mese di calma armata, la guerra ritorna a farsi sentire. E con lei la retorica delle minacce e delle accuse. Trump parla a Fox News e sostiene che gli iraniani vogliono incontrarlo «a tutti i costi». Le sanzioni funzionano, dice, e gli Stati Uniti «li colpiranno duramente». Da Teheran replicano che il pretesto delle mine è «pura fantasia». Washington assicura di avere già liberato Hormuz dagli ordigni e di avere impedito che ne arrivassero altri.
Secondo Axios, Trump starebbe valutando una campagna di raid limitati nello Stretto, per impedire a Teheran di ricostituire radar e capacità missilistiche da usare contro navi e petroliere. Il piano, preparato dal Comando centrale e sostenuto dal capo del Pentagono Pete Hegseth, non era stato approvato prima di Larak. Ora potrebbe esserlo. Intanto lascia Dan Driscoll, il segretario dell’Esercito, dopo mesi di contrasti con Hegseth.
Ma la strategia americana non passa soltanto dalle bombe. Ad Asheville, in Carolina del Nord, al G20 dei ministri finanziari, Scott Bessent tenta di trasformare la pressione militare in isolamento economico. Promette che questa settimana finirà nel mirino «un’altra banca», accusata di mantenere aperti i canali finanziari con cui Teheran aggira le sanzioni. L’economia iraniana, avverte Bessent, potrebbe crollare in settimane o mesi. Ma lo scopo, precisa, è convincere il regime a «rinsavire» e tornare al tavolo.
L’Unione europea sostiene le sanzioni Usa e chiede nuovi sforzi diplomatici per rendere sicura la navigazione nello Stretto. Bessent ringrazia gli alleati, ma sa che la questione decisiva resta la Cina, primo acquirente del greggio iraniano. «Tutte le opzioni sono sul tavolo», assicura. Dall’altro lato del mondo, in Kirghizistan, Masoud Pezeshkian parla con il primo ministro indiano Narendra Modi e offre una versione più morbida. Negli Stati Uniti, dice, esistono correnti interessate alla guerra, mentre l’Iran vuole un accordo. Combattere non conviene «né a noi, né alla regione, né all’umanità». Purché, naturalmente, non sia Teheran a dover fare il primo passo.
Intanto, a Gerusalemme, il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir fa irruzione nel complesso della moschea di Al-Aqsa. Scortato da militari israeliani e rabbini, chiede di cambiare lo status quo e promette un Tempio «presto». L’amministrazione palestinese accusa le autorità israeliane di avere consentito l’accesso di gruppi di coloni alla moschea. A Gaza City, due raid uccidono cinque persone. L’esercito di Netanyahu parla di obiettivi terroristici.