Corriere della Sera, 1 settembre 2026
I nostri (insani) egoismi
Quarantatré italiani su cento, al momento di rinnovare la carta d’identità, rifiutano la donazione degli organi dopo il decesso. Cinque anni fa erano trentuno su cento. Sfiducia, paura, disinformazione, difficoltà psicologica ad accettare la propria mortalità? O c’è dell’altro?
Su ventuno regioni e province autonome, solo undici superano il 95% di copertura garantita dal ciclo di tre dosi del vaccino esavalente, in grado di creare l’immunità di gregge – quella che protegge chi non può essere vaccinato, per motivi di età o di salute.
Le conseguenze, iniziamo a vederle: casi mortali di difterite, una malattia che in Italia era praticamente scomparsa. Ignoranza, certo. E poi?
Mancano 110 miliardi di imposte alle casse dello Stato, ci ricorda la «Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva», un documento preparato ogni anno da una commissione composta da accademici e tecnici di ministeri, Istat e Banca d’Italia. Includendo anche i contributi sociali, si arriva a 110 miliardi: soldi con cui finanzieremmo quattro quinti della spesa sanitaria nazionale. I milioni di evasori che si curano a spese nostre sono soltanto egoisti? O peggio?
Tre fenomeni diversi. Tre segnali che puntano, però, nella stessa direzione.
Siamo sempre più concentrati su noi stessi, e perdiamo di vista quello che ci accade intorno. Molti italiani sembrano convinti di non aver bisogno di niente e di nessuno – chiedono soltanto di essere lasciati in pace (dai fastidi, dall’informazione, dai rumori del mondo). Quest’autosufficienza è una illusione e una prigione, ovviamente. Ma come ci siamo arrivati? E soprattutto: come convincere gli interessati a uscirne?
Potremmo osservare che, nell’emergenza, quelle stesse persone corrono a chiedere aiuto. La famiglia no vax, davanti a una malattia grave, pretende aiuto dalla medicina che ha offeso e deriso. Chi ha rifiutato di donare i propri organi non esita ad accettare la donazione di uno sconosciuto, se rischia la vita. L’evasore sistematico, se sta male, corre al Pronto Soccorso; se si sente in pericolo, chiama i carabinieri; se ha un bambino, vuole un posto nell’asilo comunale (chiedendo la riduzione della retta, ovviamente).
Questi comportamenti non sono fenomeni di costume, da osservare con un sorriso. Stanno, invece, al centro della nostra faticosa convivenza. Come possiamo non capire di essere reciprocamente utili? Eppure il miraggio dell’autosufficienza resiste. Da dove arriva? Chi lo ha incoraggiato?
Una responsabilità storica, in Italia, la porta il primo Movimento 5 Stelle, quello di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio. Lo ricordiamo tutti: ha avuto anche intuizioni visionarie; ha saputo incanalare la protesta in modo efficace e – gli va riconosciuto – non violento. Ma il successo elettorale è arrivato quando agli italiani è stato indicato un avversario: la competenza. «Uno vale uno» non era soltanto un’idea demagogica che ha prodotto nomine surreali, decisioni inopportune e qualche danno permanente. Ha creato la grande bolla dalla quale, in Italia, fatichiamo ad uscire.
Eppure le grandi correnti politiche contemporanee, se ci pensate, dicono di voler incoraggiare la collaborazione. Dalla sinistra solidale alla destra sociale, dal solidarismo cattolico alla corresponsabilità ambientale: ognuno, a suo modo, auspica uno sforzo comune. Perfino i sovranisti sognano in gruppo: sogni anacronistici, ma sogni collettivi. E il Movimento 5 Stelle di oggi ha ben poco a che fare con quello delle origini. Da dove arriva, allora, l’illusione dell’autosufficienza?
Dalla superficialità, dalla presunzione e dall’ignoranza, che oggi non hanno un colore politico. Non c’è un’ignoranza di destra e un’ignoranza di sinistra. C’è soltanto il fastidio per la realtà, la comodità come religione portatile e l’orgoglio della propria insipienza, che negli ultimi anni hanno trovato una palestra e una vetrina. I social, ovviamente.
Quarantaquattro milioni di italiani li utilizzano quotidianamente. Tre persone su quattro. Restano fuori i molto anziani e i bambini: ma la televisione che guardano e le famiglie in cui vivono, di quel brodo, sono impregnate. Gli algoritmi che guidano le piattaforme sono basati sulla gratificazione dell’utente, che non prevede critiche, dubbi, ragionamento. Per catturarci, l’algoritmo lavora sulla nostra vanità e la nostra fragilità. Non ci dice che dobbiamo riflettere, imparare, migliorare. Ci convince che andiamo benissimo così, e gli altri devono lasciarci in pace.
Con l’IA andrà peggio. I chatbot basati sulla Terapia Cognitivo-Comportamentale vogliono curarci: guidano l’utente attraverso esercizi pratici per identificare e modificare i pensieri negativi. Gli Assistenti di ascolto e gli Avatar conversazionali avanzati, disponibili in ogni momento, simulano una conversazione empatica per ridurre lo stress quotidiano. Pensiamo davvero che ci aiuteranno a ragionare meglio? O invece aumenteranno il nostro narcisismo, convincendoci che la nostra bolla è bellissima e il mondo non ci merita?