il Fatto Quotidiano, 31 agosto 2026
Pensioni, la stretta di Berlino ma la riforma scontenta tutti
“I bambini nascono sempre”: il cancelliere tedesco Konrad Adenauer, nel 1957, liquidava con queste parole i timori sulla sostenibilità della sua riforma delle pensioni. Ma la demografia lo ha smentito. Con la natalità crollata a 1,35 figli per donna (650mila i nati nel 2025, un milione i decessi), dal 2035 in Germania ci saranno due lavoratori ogni pensionato. Così ora Berlino vara la riforma previdenziale più profonda dal dopoguerra ma i tedeschi si dividono. Dopo uno studio avviato nel 2024 da Scholz, la Grosse Koalition tra il centrodestra di Cdu e Csu e i socialdemocratici della Spd che sostiene il governo di Friedrich Merz punta ad approvarla entro l’anno, per farla entrare in vigore dal 2027. Per la prima volta l’attuale sistema previdenziale a ripartizione sarà integrato da uno a capitalizzazione, basato sul ricorso alla finanza. Uno choc per un Paese che ha sempre privilegiato la garanzia del capitale al rendimento. Ma sulla partita l’esecutivo si gioca le vicine elezioni nei Länder, dove avanza Alternative für Deutschland.
Le pensioni tedesche, istituite nel 1889 dal cancelliere Bismarck per frenare il socialismo, sono le più antiche al mondo. Nel 1957 Berlino con Adenauer passò al sistema a ripartizione, indicizzandole ai salari. Nel 2001 la riforma Riester sotto il governo rosso-verde di Gerhard Schröder ha introdotto la previdenza privata e nel 2007 Merkel ha alzato l’età pensionabile a 67 anni. Ma ora ogni anno la previdenza tedesca drena 417 miliardi, coperti per 128 dal bilancio di Berlino. Mentre l’Italia per le pensioni spende oltre il 16% del Pil – ma la voce comprende anche l’assistenza – e sposta il Tfr sui privati, la Germania (con la spesa al 10,5% del Pil) finanzierà la riforma con il debito pubblico.
Il piano proposto da Merz, che mira a rendere sostenibile l’impatto dell’invecchiamento demografico, poggia su tre pilastri. Dal 2032 l’età di pensionamento salirà di 8 mesi per ogni anno di aumento dell’aspettativa di vita (67,5 anni nel 2041, 68 nel 2051, 70 nel 2091). Viene abolita l’uscita anticipata senza penalità a 63 anni con 45 anni di contributi (la cosiddetta Rente mit 63), scelta da chi fa lavori usuranti. Infine nascerebbe il fondo statale Generationenkapital, gestito da Kenfo, il principale fondo sovrano tedesco, che entro il 2035 mira a gestire 200 miliardi attraverso prestiti federali per difendere il tasso di conversione della pensione pubblica, fissato con un tetto massimo al 48% della retribuzione. Il resto, già oggi, deve venire dai fondi alimentati da imprenditori e lavoratori e dalla previdenza complementare. Dal 2027 arriva poi il nuovo pilastro della previdenza integrativa privata, l’Altersvorsorgendepot, che offrirà conti individuali in Etf esentasse con sussidi statali fino a 540 euro annui: per ogni euro versato dal lavoratore, 50 centesimi li metterà la Repubblica Federale. È una rivoluzione per i tedeschi: un conto previdenziale individuale esentasse, ispirato agli Ira e 401(k) Usa o all’Isa britannico, che soppianta le vecchie, costose e inefficienti assicurazioni private “Riester-Rente”. Ci saranno poi un bonus figli di 300 euro e una “pensione d’infanzia” (Frühstartrente), da iniziare con versamenti pubblici di 10 euro al mese per i bambini.
La svolta imita l’esperienza della Premiepension svedese istituita nel 2000. Stoccolma aprì il versamento del 2,5% delle retribuzioni a centinaia di fondi privati, offrendo in alternativa un fondo pubblico. Scoppiarono gli scandali del fondo Allra, tra commissioni occulte e transazioni a Dubai, e dei Falcon Funds di Max Serwin, che dirottava risparmi su titoli tossici. Entrambe le vicende sono costate perdite miliardarie con risarcimenti minimi e sono terminate con pesanti condanne. Per evitare rischi nella selezione dei fondi privati (Fondtorget), Berlino centralizzerà questa forma di accumulo.
Sin qui i tecnicismi. Ma in Germania la riforma ha innescato un infuocato scontro sociale e politico. I sondaggi indicano che tra il 70 e l’81% dei tedeschi respinge la pensione a 70 anni, mentre oltre il 90% pretende che la riforma colpisca anche politici e dipendenti pubblici. Le due associazioni delle imprese Bdi e Bda plaudono all’allungamento della vita lavorativa, per contrastare la carenza di manodopera, ma contestano la pensione minima pubblica fissa al 48%, paventando l’aumento delle aliquote contributive. Sull’altro lato della barricata i sindacati definiscono la riforma “un’ingiustizia sociale”. Secondo la presidente della Dgb Yasmin Fahimi “l’idea che i tedeschi debbano lavorare più a lungo per mantenere le pensioni sostenibili è un mito progettato per spaventare le persone”, aggiungendo che i politici dovrebbero piuttosto “garantire che le persone vadano in pensione in buona salute o siano almeno ragionevolmente in grado di lavorare”. Christiane Benner, alla guida del sindacato Ig Metall, ha aggiunto che la cancellazione dei pensionamenti anticipati “ignora completamente” le reali condizioni dei lavoratori e il problema dei lavori usuranti.
Anche sul piano politico le polemiche sono alle stelle. René Springer, portavoce del partito di opposizione di ultradestra Alternative für Deutschland (AfD), ha bocciato la misura definendola penalizzanti per i lavoratori. Per Springer la pensione a 70 anni rappresenta un “furto di vita” e un taglio occulto dell’assegno. AfD rifiuta anche l’abolizione dell’uscita anticipata a 63 anni e il fondo azionario, definendolo una “tassa forzata” che espone i risparmi alla Borsa. Il partito propone di finanziare la previdenza con drastici tagli alla spesa per i migranti, per la transizione ecologica e per gli aiuti internazionali, puntando su politiche di natalità rivolte ai soli tedeschi “nativi”. Contrari anche i governatori dei Länder dell’Est Sassonia e Turingia, che minacciano il veto al Bundesrat: nell’ex Ddr il 75% dei pensionati sopravvive solo con l’assegno statale. Molti contestano che i fondi privati finiranno per ingrassare Wall Street. Ma per legge il Generationenkapital non potrà fare politica industriale interna, dovendo diversificare a livello globale per tutelare i risparmiatori. Così, i miliardi tedeschi finiranno in gran parte sugli indici azionari mondiali finanziando i colossi americani, a scapito delle imprese tedesche.
La denatalità, dunque, sovverte anche le convinzioni più durature e le finanze pubbliche più floride. Anche la Germania ha dovuto prenderne atto: Adenauer non aveva ragione.