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 2026  agosto 31 Lunedì calendario

I veri timori dietro il debito Usa

Occorre tornare all’agosto del 2006 per trovare un rendimento superiore al 5,3% del titolo di Stato americano con scadenza a trent’anni. Proprio il raggiungimento di questo livello, avvenuto all’inizio di agosto, ha mandato in agitazione il Tesoro Usa. Il 19 agosto il segretario Scott Bessent ha annunciato il raddoppio, ad almeno 4 miliardi di dollari per volta, delle operazioni di riacquisto dei titoli a lungo termine, dal 9 settembre al 4 novembre.
L’annuncio è arrivato a pochi giorni da quello di operazioni coordinate con il Tesoro giapponese per sostenere il cambio dello yen, il cui scopo è evitare che il Giappone, principale detentore estero di debito americano, sia costretto a venderne larghe quote per procurarsi i dollari necessari a difendere la propria valuta.
Da diversi mesi ormai va avanti un lento stillicidio di vendite sulle scadenze più lunghe del Tesoro, che affonda le radici in più di una ragione. Con l’avvio della guerra all’Iran, e senza un orizzonte chiaro su quando lo Stretto di Hormuz tornerà a essere una via di comunicazione sicura, le attese di inflazione sono salite. Sebbene l’inflazione sia tornata vicina al target, con l’ultimo dato al 2,5%, il più basso degli ultimi cinque anni, è proprio l’eventualità che la Federal Reserve diventi più accomodante sui tassi a preoccupare il mercato, nel timore che il rialzo dei prezzi energetici si trasmetta all’economia, diventando strutturale.
C’è poi la corsa agli investimenti legati all’intelligenza artificiale, che assorbe risorse finanziarie ingenti e spinge sempre più aziende a rivolgersi al mercato: capitale di rischio per i big del settore, come Anthropic e OpenAI, e debito per gli hyperscaler come Amazon, Meta, Alphabet, Microsoft, che non riescono più a coprire interamente le proprie esigenze con il cash flow operativo. Morgan Stanley stima che quest’anno le nuove emissioni di debito dei soli hyperscaler possano arrivare a circa 600 miliardi di dollari, entrando in diretta competizione con quelle del Tesoro.
Da più di un anno, inoltre, la FED non interviene più sul mercato a medio e lungo termine: con l’avvio del quantitative tightening acquista soltanto scadenze brevi e ha progressivamente ridotto il portafoglio sulle lunghe.
Resta infine l’atavica paura di una crisi del debito americano, che ha superato i 40.000 miliardi di dollari. Tutte queste ragioni si sommano al fatto che agosto è un mese di mercato “sottile”, dove l’attività di molti operatori è limitata e in cui singoli temi possono generare un effetto amplificato. Come valutare allora la mossa di Bessent, anche alla luce delle recenti dichiarazioni di alcuni funzionari del Tesoro che hanno ipotizzato l’uso del TGA, il conto di disponibilità liquide del Tesoro presso la Fed, per aumentare la potenza di fuoco?
Lasciando da parte la narrativa del deficit americano fuori controllo, che ha poco senso, dato che non si può valutare la sostenibilità delle finanze della prima potenza economica e militare mondiale con le stesse metriche usate per gli altri Paesi, una seria preoccupazione esiste. Il problema principale riguarda piuttosto l’impatto che il 5,3% sul trentennale ha a cascata sulle emissioni “corporate” a lungo termine e sui titoli garantiti da mutui. Per le prime, un ulteriore rialzo dei tassi rischia non solo di aumentare i costi di finanziamento dei nuovi progetti, ma di bloccare la catena del credito necessaria ad alimentare lo sviluppo del settore AI, con il rischio che varie realtà possano abbandonare progetti di sviluppo o andare incontro all’insolvenza.
Per il comparto immobiliare, da tempo si considera il 7% sul tasso a lungo termine come uno spartiacque, oltre il quale potrebbe innescarsi una spirale legata alla convessità negativa dei titoli garantiti da prestiti ipotecari: quando i tassi salgono oltre una certa soglia, i mutuatari perdono interesse a estinguere anticipatamente il prestito per rifinanziarlo, dato che le condizioni di mercato sono peggiori. Diminuendo le estinzioni anticipate aumenta però la durata media dei prestiti, e con essa la duration dei prodotti finanziari collegati; per compensarla, i detentori di questi portafogli ne vendono una parte per spostarsi su scadenze più brevi, aumentando le pressioni di vendita sul lungo termine e facendo salire ulteriormente i tassi.
Dinanzi a criticità così concrete, che il Tesoro monitora, è difficile credere che una persona con l’esperienza di Bessent, cresciuto alla scuola di Soros, non sapesse che la reazione del mercato sarebbe stata negativa, percependo la mossa come un’ammissione di preoccupazione dell’amministrazione Trump per il livello dei tassi. Il messaggio, più che al mercato, sembra allora rivolto alla Fed: è la banca centrale, non il Tesoro, a dover porre rimedio, visto che Washington non dispone della potenza di fuoco illimitata di chi può creare moneta. Non a caso, le passate operazioni Twist, di scambio tra scadenze corte vendute e lunghe acquistate, sono sempre state condotte dalla Fed. I limiti strutturali del Tesoro rendono operazioni simili più labili, esposte a essere lette come segnale di debolezza, ma restano l’indizio che qualcosa si sta muovendo. E non è detto che, se la mossa di Bessent non bastasse, il testimone non passi a Warsh.
Venerdì a Jackson Hole il capo della Fed ha detto che il controllo dei tassi a lungo termine non rientra tra i compiti dell’istituto, il cui mandato resta quello di orientare i tassi a breve affinché riflettano correttamente le intenzioni di politica monetaria; resta però da vedere, qualora le criticità dovessero acuirsi, quanto margine avrà per sottrarsi alle pressioni di chi lo ha nominato. L’estrema conseguenza sarebbe un controllo della curva dei tassi, sperimentato fino a pochi anni fa in Giappone, ma che a Washington non si vede dal decennio 1942-1951, quando fu usato come misura eccezionale per sostenere l’economia di guerra.