Linkiesta, 31 agosto 2026
Non siamo pronti per l’inevitabile strage di neuroni in arrivo
Quando dovrò ricostruire la cronologia di come la fine del mondo è entrata nella mia vita, cercherò un biglietto dell’Anteo. Era il 12 luglio del 2023, e avevo preso un treno all’alba per essere alle dieci e mezza al primo spettacolo non doppiato di “Dead Reckoning”. Ognuno ha le sue fisse, e la mia è “Mission:Impossible”. Mi ero seduta nella poltrona milanese, chiedendomi come sempre quanto fosse sfaccendato l’occidente perché la mattina d’un giorno feriale il cinema fosse pieno di perdigiorno come me, venuti a vedere Tom Cruise che salva il mondo.
Il penultimo “Mission:Impossible” – la seconda e ultima parte sarebbe poi uscita nel 2025 – era stato girato tra il 2019 e il 2021, le riprese fermate dalla pandemia, l’uscita slittata perché Tom Cruise ha anche lui le sue fisse, una delle quali è il cinema in sala. Per il primo quarto d’ora, non ci si capisce niente (come sempre; non so voi, ma ci sono tre tipi di prodotti della cui trama io non capisco mai niente: film d’azione, sceneggiati televisivi medici, film e sceneggiati ambientati nel mondo della finanza).
Poi – quando arriva la scena in cui, invece di spararsi nei sottomarini o nelle tempeste di sabbia, ci sono dei generali in una stanza che parlano, e dovrebbero chiarirti la questione – peggiora. Perché, in quella scena che dovrebbe rendere la trama comprensibile, a un quarto d’ora dall’inizio, parlano dell’Entità.
«Ha molteplici personalità, di volta in volta si comporta come un virus informatico, come un verme solitario, come un bot. E distorce qualsiasi informazione digitale con cui entra in contatto. Una volta infettati, non ci si può fidare che nessuna delle informazioni registrate, conservate o trasmesse digitalmente sia reale. All’inizio, si concentrava più che altro sui giornali e sui social network, il che non ci preoccupava, anzi spesso ci avvantaggiava».
Finché, diceva nel 2023 un film girato più di due anni prima, questa Entità si era infiltrata nei computer dei servizi segreti dell’Arabia Saudita, aveva assimilato i loro strumenti di apprendimento attivo di intelligenza artificiale, e poi era scomparsa nella cloud, e da allora gli attacchi alla loro sicurezza si erano moltiplicati di decine di centinaia di volte. E tutto faceva pensare – e qui nella conversazione tra i capoccioni c’era una pausa, perché stavano per dire la parola più spaventosa in tre ore di film di inseguimenti e spari – che l’Entità fosse diventata senziente.
È il 2023 quando in un cinema di Milano un film d’azione mi dice che nelle ultime settimane l’Entità si è infiltrata ovunque ma non ha fatto niente, ha solo lasciato tracce del suo passaggio, vuole solo far sapere che può. Mentre i capoccioni parlano, vediamo quelli dello spionaggio e del controspionaggio che, in stanzoni pieni di macchine da scrivere, ricopiano tutto quel che è importante sapere per certo: l’Entità non si può infiltrare per modificarli nei fogli di carta, l’analogico è il nuovo rifugio antiatomico. È l’estate del 2023, e ChatGPT esiste da pochi mesi.
Esco dal cinema senza avere la più pallida idea di cosa sia l’Entità: sarà una metafora religiosa. È il 2023, cioè cent’anni fa: non ci sono trecento articoli al giorno sull’intelligenza artificiale, non è un argomento di conversazione ossessivo, nessuno ti tratta come fossi un relitto arrugginito se dici che non l’hai mai usata in vita tua. Qualcuno la adopera per fare dei video che si vede subito che sono finti, nessuno pensa possa essere senziente, orsù: dove siamo, al cinema? Passa un altro anno prima che qualcuno mi parli di intelligenza artificiale.
È l’8 giugno del 2024, ci sono le elezioni, siamo in un giardino e un amico che di mestiere scrive canzoni mi sta spiegando che la versione a pagamento di ChatGPT è utilissima, lui ha appena mandato a un cantante il pezzo che gli ha scritto, già cantato con la sua voce: è bastato chiedere a ChatGPT fammi un file audio con la voce di Tizio che canta questa canzone, ha anche potuto scegliere, la vuoi con lo stile con cui la canterebbe ora o con cui l’avrebbe cantata dieci anni fa. Lo ascolto con l’educata noia con cui si ascoltano quelli che ti raccontano i sogni: pensi che devi comprare l’anticalcare, e intanto sorridi. ChatGPT, pensa te. Tutti questi giocattoloni che poi passano: te lo ricordi Second Life?
Viaggiare non apre la mente, leggere non apre la mente, figuriamoci se apre la mente il cinema. Aver visto i generali di Tom Cruise che sottovalutano il pericolo perché il pericolo tanto al massimo riguarda quegli scemi che stanno sui social, aver visto personaggi di finzione sbagliare non mi impedisce di sbagliare anch’io, e quindi eccomi qui. Eccomi qui nel 2026 che ancora sbuffo ogni volta che qualcuno mi parla dell’intelligenza artificiale, che intanto ormai è ovunque, e neanche ha dovuto infiltrarsi come l’Entità: le abbiamo aperto la porta noi, prego, si accomodi.
Prenderà il potere e farà partire dei missili con cui crediamo di colpire il sottomarino avversario e invece colpiamo il nostro, come in “Dead Reckoning”? Forse, ma prima ancora ha fatto strage di neuroni. Quelli che mi fanno più ridere sono quelli che dicono con sicumera «è scritto con l’intelligenza artificiale» d’un pezzo di prosa brutta scritto coi cliché stilistici che usa l’IA se le dici di scriverti qualcosa. Sottovalutano, beati ottimisti, quanto sia permeabile la prosa dell’essere umano medio, che mica è Gadda o Arbasino: è uno che scrive col tono e lo stile dell’ultima cosa che ha letto, sia essa il libretto d’istruzioni del microonde o una paginetta in cui Claude ti elenca i cinque elementi che non possono mancare dalla tua invettiva contro l’intelligenza artificiale.
Se io ora scrivessi «non è solo la crisi della prosa naturale: è l’agonia di quella ricalcata», non necessariamente vorrebbe dire che mi sono fatta scrivere l’articolo da Perplexity: potrebbe voler dire che sono una il cui gusto per le parole è abbastanza fragile da essere influenzabile dall’ultima cosa letta. E, persino se siete me, cioè persino se siete una che non ha mai aperto un’interfaccia d’intelligenza artificiale in vita propria, ne avete comunque letto la prosa. Perché il primo risultato che appare se ora cercate qualsiasi cosa su Google è qualche stronzata interpretativa della sua intelligenza artificiale. Perché moltissimi post o articoli che scorrete sono scritti così, con le liste che vengono incontro alle nostre sempre più limitate capacità intellettive, bisognose ormai di molti a capo.
L’Entità, diceva quel film, sa benissimo come indebolire le nostre forze e approfittare delle nostre debolezze. Se (forse l’avverbio giusto è: quando) lancerà missili, s’infiltrerà nella catena di comando, distruggerà la civiltà, accadrà perché un giorno di tre anni fa che sembrano trecento qualcuno ha detto ma io perché devo incomodarmi a scrivere la mail con cui chiedo i giorni di ferie nel periodo più incasinato,artificia’, scrivimela un po’ tu, falla in un tono vittimista ma non deprimente, fammi sembrare collaborativa ma anche pronta a rinfacciare quella volta che sono venuta in ufficio di sabato. Presto in ufficio di sabato non ci dovrò più venire, perché nella peggiore delle ipotesi l’Entità avrà raso al suolo il pianeta e nella migliore avrà reso superfluo il mio posto di lavoro, ma ehi, nel frattempo ho risparmiato tre minuti in cui mi sarebbe sennò toccato scrivere una mail noiosa. D’altra parte come potevo saperlo, non è che negli ultimi ventotto secoli l’umanità si sia premurata d’inventare storie che m’insegnassero che, dall’aprire il vaso che t’avevano detto di lasciare chiuso o dal mangiare la melagrana che t’avevano avvisato di non toccare, venissero guai enormi. Che poteva mai succedere, orsù: è solo frutta, è pure piena di vitamine.