La Stampa, 31 agosto 2026
Pubblicati i diari tedeschi di Samuel Beckett
Nel 1945 Beckett fu insignito della Croce di guerra e della Medaille de la Résistence. Aveva infatti fatto parte della cellula della Resistenza “Gloria”, collegata al SOE, il servizio segreto di Churchill, ed era sfuggito fortunosamente all’arresto della Gestapo dopo che un prete infiltratosi nella cellula aveva venduto l’intero gruppo alle SS. Nonostante questo, in genere gli studiosi beckettiani hanno dato scarsissimo rilievo al suo impegno politico (aiutati dal fatto che Beckett, com’era nella sua natura, minimizzava il suo operato nella Resistenza), promuovendo l’idea di un intellettuale totalmente concentrato sul suo lavoro di scrittore ed estraneo a tutto ciò che stava al di fuori della sfera artistica. Non è così.
La casa editrice tedesca Suhrkamp ha appena pubblicato German Diaries, i diari tedeschi di Beckett, scritti tra la fine di settembre del 1936 e la fine di marzo del 1937, durante il suo soggiorno in Germania. I sei quaderni dimostrano come Beckett fosse più che attento alla realtà politica della Germania hitleriana e come fosse pienamente consapevole (a differenza di molti) della pericolosità letale del nazismo. I diari furono scoperti dal nipote di Beckett in un baule che si trovava nella cantina dell’appartamento parigino di Boulevard Saint-Jacques dove Beckett era vissuto negli ultimi trent’anni della sua vita e li aveva fatti leggere soltanto a James Knowlson, autore di un’accuratissima e monumentale biografia beckettiana. Adesso, finalmente, tutti potranno leggerli.
La prima tappa del viaggio, dettato in buona parte dal suo interesse per le arti figurative, fu ad Amburgo, dove più volte visitò la Kunsthalle della città. Ma più che dai maestri del passato Beckett fu colpito dai lavori dei pittori contemporanei; e incontrò anche diversi collezionisti e alcuni degli artisti che in quel periodo lavoravano ad Amburgo, raccogliendo da alcuni di essi la testimonianza delle difficoltà che il regime poneva loro (per non parlare delle minacce). La campagna nazista contro “l’arte degenerata” costituì per Beckett l’inequivocabile segnale della natura totalitaria del nazismo ed è il leitmotiv politico dei diari. Proprio ad Amburgo, una mostra aperta alla Kunsthalle alla fine di luglio era stata chiusa dopo soli dieci giorni; e l’artista Karl Ballmer gli disse che sin dal 1933 gli era stato vietato di esporre i sui quadri e che era stato apertamente minacciato da funzionari nazisti.
Nelle pagine scritte durante il soggiorno amburghese Beckett cita con disprezzo le «arringhe interminabili» di Hitler, di Göring e di Goebbels; e nota divertito che in un’occasione, nella pensione dove alloggiava, le persone che si erano messe ad ascoltare alla radio un discorso di Hitler se ne erano poi andate a dormire, una dopo l’altra, mentre il Führer continuava a parlare. Non lo divertivano affatto, invece, e non sopportava, quelli che «predicavano il vangelo NS», cioè il vangelo nazista.
Da Amburgo Beckett si spostò a Berlino, dove non ebbe incontri con artisti o collezionisti, ma si dedicò invece alla visita di svariati musei («tutti i quadri moderni sono nei magazzini»). Alcuni dipinti di artisti contemporanei ormai messi al bando poté invece vederli in occasione di un’escursione a Erfurt (mentre era in viaggio verso Dresda), dato che, con sua grande sorpresa, non erano ancora stati sequestrati. A Dresda, come ad Amburgo, Beckett ebbe modo di contattare diversi collezionisti e, soprattutto, Willi Grohmann, ex-direttore della Galleria Zwinger, che tre anni prima era stato cacciato dal suo posto perché ebreo. Nel diario Beckett racconta di avergli chiesto perché aveva deciso di rimanere in Germania. Perché, gli rispose Grohmann, «è più interessante rimanere che andarsene, anche se fosse possibile andare via. Non possono controllare i pensieri». E aggiunse, tradendo una punta di speranza, che non era possibile stimare la durata del regime: «dipende dai risultati economici». Tra i collezionisti non mancavano però i sostenitori del regime, come quella Ida Biernet, proprietaria di una magnifica collezione, che, pur avendo quadri di artisti “degenerati”, continuava a recitare «la litania nazista».
A marzo giunse a Monaco, ultima tappa del suo viaggio, dove incontrò un gallerista che gli fece vedere alcuni dipinti di Max Beckmann, la cui opera già anni prima era stata marchiata come “decadente” dai nazisti e che pochi mesi dopo dovette lasciare la Germania a seguito della mostra sull’arte “degenerata” organizzata dal regime. Il soggiorno a Monaco non fu però molto soddisfacente e l’incontro forse più significativo fu quello con Karl Valentin, il cabarettista molto apprezzato da Brecht. Il 1° aprile Beckett partì in aereo per l’Inghilterra, convinto della minaccia che la Germania nazista rappresentava per l’Europa. Già pochi giorni dopo il suo arrivo ad Amburgo, ai primi di ottobre, aveva scritto nel suo diario: «Devono combattere presto (o scoppiano)». E in seguito aveva notato come certe parole chiave del regime, da Führer a Blut und Boden (sangue e terra), ripetute incessantemente e accettate dalla maggioranza della popolazione, rivelassero la natura perversa dell’ideologia nazista. «Mi viene da vomitare», aveva scritto in una pagina del diario del gennaio 1937.
Quando il suo amico Alfred Peron, nella Parigi piena di indifferenti e di non pochi collaborazionisti, gli chiese di unirsi alla cellula “Gloria”, Beckett non ebbe la minima esitazione. Da tempo aveva capito che cosa era il nazismo.