repubblica.it, 31 agosto 2026
Ritrovato un manoscritto musicale del Trecento
Un manoscritto musicale medioevale fatto a fettine e utilizzato nel Cinquecento per rinforzare la rilegatura del libro di conti di un monastero. Ora quelle centosettantanove striscioline di pergamena, scollate e ripulite, sono state rimontate digitalmente facendo combaciare tutti i pezzetti come fossero tessere di un puzzle. Così, dopo mezzo millennio, sono tornati leggibili cinque fascicoli del codice originario, ossia ottantacinque composizioni profane del Trecento e del primo Quattrocento, settantadue italiane e tredici francesi, di cui diciannove inedite: madrigali, rondeaux, chansons, ballate.
Tra queste, una del maggior compositore dell’Ars Nova italiana trecentesca, il fiorentino Francesco Landini, detto il “cieco degli organi” perché organista e non vedente.
Si tratta della ballata a due voci Né te né altra vogli’ amar giamai su testo di Franco Sacchetti. Se ne conosceva l’esistenza perché il poeta, nell’autografo delle rime conservato alla Biblioteca Laurenziana di Firenze, segnalava l’intonazione di Landini che però finora risultava smarrita.
La ricostruzione del canzoniere musicale si deve a un team di ricerca guidato dal musicologo Francesco Zimei dell’Università di Trento, con la collaborazione dell’Icpal, l’Istituto centrale per la patologia degli archivi e del libro, che ha curato il recupero delle strisce musicali, e di Giacomo Pirani, assegnista di ricerca che ha ricostruito virtualmente le quarantotto carte superstiti del manoscritto. “È senz’altro una delle più importanti raccolte di musica profana medievale riemerse in Italia, con un’alta percentuale di inediti e, nei pezzi già noti, qualche variante significativa”, afferma Zimei.
“Recuperare un codice in queste condizioni e trasformarlo in qualcosa di fruibile è qualcosa di eccezionale. Noi pubblichiamo un manoscritto che non esiste più. Esistono solo dei frammenti, oggi staccati e chiusi in una scatola. Siamo convinti che il nostro lavoro farà scuola”.
La musica era nascosta tra le pieghe delle centinaia di pagine di un registro – oggi all’Archivio di Stato di Rimini – sul quale i monaci benedettini dell’abbazia di San Gaudenzo, nel riminese, hanno segnato tra il 1398 e il 1503 i dati delle riscossioni dei canoni di affitto relativi ai terreni del monastero. “Ma prima di essere smembrata e tagliuzzata per consolidare la legatura di questo librone di conti”, spiega Zimei, “quella musica era parte di un codice in uso a fine Trecento nella cappella musicale di Pandolfo III Malatesta, a Fano, ma i cui componenti lo seguivano ovunque lui andasse per le sue imprese militari: per esempio a Brescia, conquistata nel 1404. In seguito il canzoniere passò al nipote, Galeotto, abate di San Gaudenzo, che però lo conservava semplicemente come memoria di famiglia, senza più farne eseguire i pezzi ormai fuori moda. Alla sua morte, nel 1527, il contenuto non serviva davvero più a nessuno, perciò fu ridotto a striscette”.
Pur se privi del nome degli autori, molti dei pezzi sono comunque attribuibili – e se non a un determinato musicista, perlomeno a un’area geografica. “Questo canzoniere testimonia le tradizioni musicali della corte malatestiana, mostrando notevoli legami con la Firenze trecentesca. Una sezione, la più tarda, include due ballate a tre voci inedite di possibile origine riminese (O chiara e nova luce e Soave odor per l’universo spande) e chansons in francese di musicisti franco-fiamminghi attivi nella cappella pontificia, primo fra tutti Guillaume Du Fay, ma anche Pierre Fontaine e Nicolas Grenon. Anticipando altre fonti, il codice testimonia il precoce afflusso in Italia di questi compositori”.
Diversi pezzi si potranno ascoltare in concerto il 4 settembre al Teatro Galli di Rimini, per la Sagra malatestiana, eseguiti dall’Ensemble Micrologus.
Nell’occasione verranno anche presentati i due volumi musicologici Rimini, Ms San Gaudenzo III: the new life of a dismembered songbook, editi da Lim, che contengono le immagini del codice ricostruito e una serie di studi sull’argomento.