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 2026  agosto 30 Domenica calendario

La Sardegna invasa dalle piante di marijuana

C’è un primato che la Sardegna farebbe volentieri a meno di detenere. Nel 2025 quasi sei piante di marijuana sequestrate su dieci in Italia sono state trovate nell’isola. Un dato che da solo non basta a spiegare il fenomeno, ma che pone interrogativi difficili: perché proprio la Sardegna? Si tratta soltanto dell’effetto di un territorio favorevole alla coltivazione o dietro quei numeri si stanno consolidando nuove economie illegali? E cosa racconta questo record delle fragilità delle aree interne?
I dati emergono dalla Relazione al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia 2026, riferita al 2025. Su 206.589 piante sequestrate nel Paese, 121.678 – il 59% – sono state individuate in Sardegna. Rapportando il dato alla popolazione tra i 15 e i 74 anni, l’isola registra 10.364 piante sequestrate ogni centomila residenti, contro una media nazionale di 466 e le 3.170 della Calabria.
La spiegazione più immediata rimanda alle caratteristiche dell’isola: clima favorevole, vaste aree interne, bassa densità abitativa e territori difficili da controllare. Ma, secondo diversi osservatori, la geografia da sola non basta a spiegare un divario così marcato. Per Roberto Saviano il record delle coltivazioni va letto anche alla luce della fragilità economica della Sardegna. «L’isola vive una situazione depressiva, troppo dipendente dal turismo. Il mercato della droga non riguarda soltanto i residenti, ma cresce nei mesi estivi con l’arrivo dei visitatori. Parallelamente le reti criminali investono sempre più nella coltivazione diretta della marijuana, riducendo la dipendenza dalle importazioni e rafforzando il controllo dell’intera filiera».
Anche Nando Dalla Chiesa, sociologo della criminalità organizzata dell’Università Statale di Milano, invita a guardare oltre la spiegazione ambientale. «Il clima favorevole è solo una parte della risposta. Pesano la bassa densità della popolazione, le difficoltà dei collegamenti interni e la presenza di aree rurali isolate, dove il controllo è più complesso. Quando però le coltivazioni raggiungono dimensioni anomale non ci si può limitare a parlare di autoconsumo. Non abbiamo la prova dell’esistenza di grandi organizzazioni criminali autoctone, ma siamo davanti a un segnale che merita attenzione: bisogna capire chi organizza queste piantagioni e quali mercati alimentino».
Le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Cagliari aggiungono ulteriori elementi. «Il vero problema è capire che cosa c’è dietro queste coltivazioni», spiega il sostituto procuratore Danilo Tronci. «La marijuana garantisce margini di guadagno enormi ed è proprio questa redditività ad aver attirato l’interesse della criminalità sarda». Secondo il magistrato, le inchieste non documentano la presenza di organizzazioni criminali esterne radicate nell’isola, ma mostrano come sia la criminalità locale a gestire direttamente la produzione. «La marijuana viene poi utilizzata come merce di scambio con reti criminali esterne per ottenere cocaina e armi. Non si tratta quindi soltanto di un mercato locale, ma di un’attività inserita in relazioni criminali più ampie». Tronci richiama anche l’attenzione sulla complessità delle indagini. «Nei sequestri vengono arrestati soprattutto i coltivatori, che spesso rappresentano soltanto l’anello più debole della filiera. La vera difficoltà è risalire ai finanziatori e agli organizzatori, che rimangono nell’ombra e continuano a beneficiare dei profitti di questo mercato».
La risposta, tuttavia, non può limitarsi all’azione repressiva. «Il lavoro delle forze dell’ordine e della magistratura è fondamentale – osserva Ugo Cappellacci, presidente della Commissione Affari sociali della Camera – ma nelle aree più fragili occorre creare opportunità di sviluppo, lavoro e legalità. Il contrasto alle economie criminali – sottolinea Cappellacci, già presidente della Regione Sardegna – passa anche dalla costruzione di alternative credibili. Un principio ribadito anche dalla recente Conferenza nazionale sulle dipendenze, che ha indicato nella prevenzione, nella cura, nel recupero e nel contrasto alle organizzazioni criminali i quattro pilastri di una strategia efficace».
Per Riccardo Sollini, responsabile Welfare di Base Italia, il primato della Sardegna «è il sintomo di un disagio sociale, economico ed educativo più profondo». Lo spopolamento delle aree interne, la perdita di opportunità e l’indebolimento del tessuto comunitario, osserva, rischiano di rendere più fragile il confine tra economia legale e illegale. Per questo, accanto alla repressione, servono investimenti, educazione e sostegno alle comunità. La vera domanda, allora, non è soltanto quante piante si riescano a sequestrare. È quanto si riuscirà a sottrarre questo business alla criminalità, restituendo ai territori opportunità più forti dell’illegalità. Perché dietro una piantagione non c’è soltanto una sostanza: c’è il futuro di un territorio