corriere.it, 30 agosto 2026
La gen Z è davvero la generazione più sana di sempre?
La generazione Z potrebbe essere «la più sana di sempre», sostiene la giornalista Isabel Brooks sul Guardian, «ma quando mi alleno mi chiedo… saremmo più felici al pub?». Brooks si riferisce alla narrazione per cui i giovani sarebbero più attenti alla salute psicofisica delle generazioni precedenti: più palestra, più cibi sani, meno alcol.
Secondo la sua analisi, in Gran Bretagna il 30% della generazione Z si allena regolarmente in strutture di fitness, rispetto al 15% della popolazione adulta totale, abbandonando lentamente i pub. Anche una ricerca condotta in Italia dal ConsumerLab di Bain & Company – società di consulenza strategica con sede a Boston – evidenza la volontà della gen Z di vivere uno stile di vita più sano, attento e sostenibile e porre attenzione sulla salute psicofisica, chiave del benessere odierno. «Personalmente – racconta al Corriere Enrico, 24 anni – curo il mio corpo per poter arrivare a un’età avanzata più forte e in salute».
Il termine «generazione Z» però, racchiude una fascia d’età che comprende nati tra la fine degli anni ‘90 e i primi anni ‘10, quindi ragazze e ragazzi con stili di vita diversi: da una parte neo-maggiorenni che iniziano l’università, dall’altra quasi trentenni che magari hanno già una famiglia. Ad accomunare questa generazione però, è lo stretto legame con i social, sui quali è facile trovare video dedicati a cibo «sano e bilanciato» e allenamento costante, mettendo in risalto corporature diverse e stili di vita ambiziosi. Ci si chiede quindi se stiamo davvero crescendo «la generazione più sana di sempre», o se stiamo assistendo a una nuova ossessione imposta dal digitale.
Il ruolo dei social nella lotta la corpo
«Sospetto che la corsa alla palestra sia in parte alimentata dai social media» continua Brooks, precisando che «è difficile distinguere tra un’ossessione per la salute e un’ossessione per l’aspetto fisico». Secondo uno studio della National Eating Disorders Association, il 70% dei ragazzi intervistati ha affermato che i social media hanno avuto un impatto negativo sulla loro immagine corporea.
«I social oggi hanno un ruolo molto importante – confessa Giulia al Corriere, 18 anni -. Mi preoccupa come ci siano ragazzine che seguono allenamenti pensati per donne adulte o che adottano regimi alimentari estremamente controllati». Il problema, infatti, non è tanto quello che si può trovare sui social quanto l’uso che si fa di quelle informazioni. La Dottoressa Maria Cristina Cavallini, psichiatra, docente e direttrice strategica della Disease Unit Disturbi della Condotta Alimentare dell’IRCCS Ospedale San Raffaele Turro, racconta come spesso i giovani che si presentano in reparto chiedano di confrontare, durante i colloqui, le indicazioni terapeutiche consigliate con informazioni reperite sui social, che spesso non hanno necessariamente una base scientifica.
«Da un lato i social sono una risorsa, per esempio per apprendere nuove metodologie di allenamento o prendere ispirazione da altri – ci racconta Matteo, 19 anni -, ma dall’altro rischiano di innescare paragoni negativi e generare inutili sensi di colpa». Edoardo, invece, 17 anni, confessa di sentire la pressione, principalmente per due motivi: «Il primo è che, giocando a calcio, se non mi curo non performo; il secondo è un motivo estetico, con l’adolescenza ho iniziato a curarmi per piacere e piacermi. Sui social c’è una continua ricerca del “di più”. I video di chi si sveglia alle 4 per andare a correre mettono in risalto la differenza tra i nostri stili di vita, e quindi fanno nascere il senso di colpa di non essere abbastanza. Alcuni amici li guardano fino all’ossessione, al punto da smettere di godersi cose minori come un aperitivo in spiaggia».
Ortoressia e vigoressia: di cosa si tratta
Un minimo di attenzione verso il corpo è normale, soprattutto per quella fascia della generazione ancora in fase adolescenziale. La dottoressa Cavallini ricorda, infatti, che è proprio durante la fase dell’adolescenza che il rapporto con il corpo cambia, con modifiche al corpo e alla mente. «Allenandomi ogni giorno insieme ad altre ragazze – sottolinea Giulia -, mi succede di confrontare il mio fisico con il loro».
Matteo Lancini, presidente della Fondazione «Minotauro» e docente presso l’Università Milano-Bicocca e l’Università Cattolica di Milano, sottolinea un ulteriore dettaglio: il grande cambiamento degli ultimi decenni è che «il tema centrale del corpo è diventato il corpo estetico», ritenendo più importante “l’essere visto”. L’obiettivo dei giovani è diventato quindi «vivere nella mente dell’altro. Per questo motivo il corpo oggi deve essere estetico, bello, magro e performante». E ora che anche la società alimenta questa cultura pubblicizzando un’alimentazione sana, con consigli nutrizionali e molto altro, ci si chiede quale sia la soglia tra una corretta cura del corpo e un’ossessione.
Per capirlo basta guardare al disturbo che, più di tutti, ha riguardato in questi anni l’universo femminile e giovanile: il disturbo alimentare. La magrezza, spiega Lancini, «che è sempre stata rappresentata come una qualità, è diventata estrema. Ma soprattutto, negli ultimi anni si sono diffuse ancora di più disturbi come la vigoressia e l’ortoressia». Nel primo caso è l’idea che un bel corpo debba essere muscoloso e prestante, nel secondo si tratta di un’ossessione per l’alimentazione sana. La forma più grave e clinicamente significativa si chiama ortoressia nervosa. Nonostante i pazienti siano più interessati alla qualità, anziché alla quantità, di ciò che assumono – al contrario quindi di ciò che accade con l’anoressia – «l’attenzione eccessiva alla qualità può comportare una consistente perdita ponderale – spiega la dottoressa Cavallini -, per cui possiamo trovare comunque un soggetto sottopeso».
Non esiste ancora una definizione ufficialmente accettata di ortoressia nervosa, nonostante il termine risalga al 1997, né criteri standardizzati per la diagnosi. Nonostante quindi i dati siano ancora discordanti, non esistendo criteri diagnostici condivisi, uno studio italiano del 2024 – realizzato su circa 1300 giovani tra i 18 e i 35 anni – ha evidenziato una prevalenza di questa attitudine nell’11.9% dei soggetti, soprattutto tra le ragazze. Al contrario, la vigoressia è riscontrata maggiormente tra i maschi, con una prevalenza fino al 10% tra i 18 e i 35 anni.
«Il tema è complicato – prosegue Lancini -, da una parte abbiamo valori sociali che istigano alla cura di sé, alla magrezza e all’essere in forma, dall’altra il rischio di negare delle esigenze che non sono solo psichiche ma anche corporee. Dentro una società dove la pressione massmediatica è enorme, l’immagine punta a cercare di comprendere qual è un comportamento, uno stile di vita sano, di cura di se stessi, di benessere o qualcosa che segnala un iperinvestimento che dal benessere rischia di segnalarci invece un disagio».
E l’alcol? Cambia il significato
L’altra domanda riguarda il consumo di alcol: è vero che i giovani hanno smesso di bere? Brooks sul Guardian si chiedeva se «saremmo più felici al pub», ma forse le nuove generazioni non hanno ancora detto davvero addio alle feste. Non la fasce più giovane della gen Z per lo meno.
Secondo una ricerca condotta dalla piattaforma Attest, riportata dall’agenzia Ansa, nel 2026 la moderazione è risultata in aumento con il 24% dei giovani tra i 21 e i 27 anni che dichiara di non bere affatto, mentre il 20% opta per soluzioni analcoliche (contro il 16% del 2025). Per YouGov, invece, il 30% dichiara di voler ridurre il consumo per un approccio più consapevole e occasionale. Un’intenzione che si traduce a livello globale: secondo il report mondiale sui consumi, il 61% della generazione Z è intenzionato a ridurre drasticamente il consumo di alcol. Sono sempre più condivisi, per esempio, i dry January – affrontare l’intero mese di gennaio senza toccare alcol – o i sober October – stesso principio, mese diverso.
Ma non solo, perché al di fuori della quantità di alcol consumato, a cambiare pare essere anche il modo, rinominato zebra striping, che prevede di alternare un drink con un bicchiere d’acqua in modo da evitare sbornie forti. Per qualcuno non si tratta tanto di una maggiore attenzione alla salute, quanto piuttosto di un tema di portafoglio: la generazione Z ha semplicemente meno soldi da spendere. Che poi è anche alla base di molte nuove abitudini di queste generazioni, come la scelta di abbandonare la ricerca di un partner perché costa troppo uscire a uno o più appuntamenti.
In realtà, sottolinea Lancini, non sono aumentati i cannabinoidi o diminuito il consumo di alcol, a cambiare è il «significato affettivo che i giovani attribuiscono loro. Mentre 20/30 anni fa il consumo di cannabinoidi era considerato qualcosa di trasgressivo, adesso ha perso qualsiasi valenza diventando anestetico, un sostituto all’antidepressivo. Lo stesso vale per l’alcol, anche questo ricercato come antidolorifico di stati mentali, perdendo ogni valenza trasgressiva».
Insomma, dietro a ogni comportamento e stile di vita, c’è un significato affettivo ben preciso. Quello che dobbiamo capire è se quel comportamento ci segnala un adattamento, una novità o un disagio. Come per la solitudine e l’isolamento, dipende tutto dal perché si attuano quei comportamenti. Perché lo dicono i social o perché voglio essere un adulto più in forma?