Il Messaggero, 30 agosto 2026
La seconda guerra mondiale, di Roberto Gervaso
Sembrerà paradossale, ma non si può capire la seconda guerra mondiale senza la prima. Versailles, la conferenza di pace, creò molti scontenti. I tedeschi furono trattati come criminali di guerra.
Contro di loro infierì soprattutto il primo ministro Clemenceau, detto il “tigre”, che odiava svisceratamente la Germania, almeno quanto amava appassionatamente la Francia. Punendo in quel modo i vinti, costringendo la Germania a risarcire i danni di guerra iniqui e inesigibili, che avrebbero precipitato il Paese nell’inflazione, nella fame, negli stenti, mortificandola, umiliandola, non si rendeva conto di quello che faceva. La Germania era un Paese forte, orgoglioso, con alle spalle una grande cultura, una grande musica, una grande letteratura, una grande storia. Accecato dal risentimento e dello spirito di vendetta, Clemenceau alimentò nel popolo tedesco un uzzolo di revanche ancora più implacabile. Alla prima occasione il Reich si sarebbe vendicato, gettandosi fra le braccia di Hitler, un pittore fallito con il pallino della politica e della Germania. Un demagogo nato, che si fece interprete, bardo e alfiere della vendetta. Come andarono le cose, è noto.
Altra causa, i sogni di grandezza del Duce che puntava al dominio dei Balcani e al controllo del Mediterraneo, anche se a mezzadria con l’Inghilterra, almeno finché l’Asse non l’avesse costretta alla resa. Il Duce era un provinciale, aveva viaggiato poco e s’illudeva di avere a che fare con un popolo di Rambo mentre comandava su una massa di italiani che amavano il quieto vivere, le gite fuori porta, i treni popolari, i dischi di Rabagliati, le pedalate di Binda e Bartali, le curve di Varzi e Nuvolari. Dichiarò la guerra quando mezz’Europa era caduta, o stava cadendo, nelle fauci germaniche. Era convinto di vincere la guerra senza combatterla, solo con attestazioni di amicizia e proclami minacciosi contro l’Inghilterra, ché la Francia era già nelle mani dei nazisti.
L’invasione della Polonia costrinse Parigi e Londra a unirsi contro Berlino, anche se ormai nessuno avrebbe puntato un centesimo nella vittoria delle due democrazie.
La Germania mirava alla conquista del mondo, ma doveva vedersela, almeno in Europa, con una grande potenza: l’Unione Sovietica di Stalin. Cogliendo tutti di sorpresa, il Führer strinse un patto di amicizia con il Cremlino, siglato nella capitale sovietica dai ministri degli Esteri russo Molotov e da quello tedesco von Ribbentrop, che finirà impiccato a Norimberga. A fare le spese di quest’accordo, la Polonia e i Paesi Baltici, che gli aggressori si sarebbero impunemente spartiti.
Quanto ai giapponesi, uniti nell’Asse Roma – Berlino -Tokyo avevano un solo interesse: trasformare il Pacifico in un oceano giallo.
Il primo marchiano, imperdonabile errore dei nazisti fu quello di rimangiarsi il patto di non aggressione con l’Unione Sovietica. Un atto ignobile di tradimento, che Berlino pagherà caro. La Russia, sbigottita dal brutale voltafaccia, mobilitò, impegnandosi a difendere con le unghie e con i denti il proprio territorio. Hitler si trovò a combattere su due fronti e questo gli costerà smacchi e perdite immani.
Gli Stati Uniti, preoccupati dalla piega che stava prendendo la guerra, lontana da loro, ma scoppiata in un Continente con il quale avevano forti legami economici, commerciali e, con l’Inghilterra, anche culturali, gli Stati Uniti preoccupati aspettavano la provocazione per ripudiare il loro isolazionismo e scendere nell’arengo. Il destro glielo offrì il clamoroso blitz nipponico su Pearl Harbor dov’era ancorata una cospicua parte della flotta americana, che venne distrutta. L’intervento dello zio Sam, che Hitler non aveva previsto, e nemmeno Mussolini, fu per l’Asse l’inizio della fine.