Corriere della Sera, 31 agosto 2026
Intervista a Speranza Scappucci
La lunga gavetta come maestro collaboratore, la sua seconda vita artistica sul podio, ora direttrice artistica come lo sono le due Cecilie (Bartoli e Gasdia) e l’australiana Simone Young che col War Requiem di Britten apre la prima edizione del MiTo firmata da Speranza Scappucci.
Che impronta ha dato?
«Ho cercato da una parte di tornare all’antico, duplicando i grandi concerti nelle due città, Milano e Torino, eccetto alcune serate. Dall’altra parte, dando sostanza al tema di quest’anno, Harmonia (la dea figlia di due divinità contrastanti, della guerra e dell’amore, ma anche l’armonia in musica), c’è la diversità. Dunque, giovani artisti sconosciuti e grandi nomi».
Manager e direttrice, ormai dal 2012.
«Sì, prima preparavo i cantanti assistendo grandi direttori, poi mi sono messa in gioco sul podio. La consapevolezza che fosse il mio mestiere l’ho avuta fin dal debutto, a Yale col Così fan tutte: non potevo saperlo, ma la gavetta di prima era la preparazione al podio. Ora mi divido tra Vienna, Berlino, Parigi, New York, Milano e Londra, dove sono principal guest conductor al Covent Garden».
Che stagione della vita sta vivendo?
«Ho debuttato non così giovane, a 39 anni. Ho fatto il mio percorso. Ora vivo alla giornata e non mi preoccupo troppo di quello che verrà. Ho ancora tanta ambizione ma non quella furia di arrivare qui e là».
C’è una musica che teme?
«Quella contemporanea, sono gli aspetti ritmicamente complessi. Quanto al grande repertorio, sogno un giorno di dirigere Falstaff (spero che qualcuno mi ascolti), e il Rosenkavalier».
Parla molto alle prove?
«No. All’inizio cerco di creare un’atmosfera di collaborazione con i cantanti, nella concertazione, dove bisogna dare il la a tutti. Mi chiedo di cosa hanno bisogno e come posso aiutarli. Sono reduce di due Lucie, a Parigi con Sabine Devieilhe, soprano leggero, alla Scala con Rosa Feola, voce più grande. Mi sono adattata a due vocalità completamente diverse».
Oltre al gesto, gli occhi. Per Karajan erano centrali, anche quando li aveva chiusi.
«È importante il momento di silenzio, in cui io mi raccolgo e così l’Orchestra. Fa già parte della performance. Il silenzio è musica, pensate alla pausa subito prima della morte di Mimì, nella Bohème, o al finale di Otello».
La paura di sbagliare?
«Come artisti, dovremmo averla sempre. Sento la pressione. Bisogna avere non paura ma il senso della realtà. È il timore di non essere all’altezza che sprona a fare bene».
C’è qualcuno che le ha mancato di rispetto?
«Non perché donna, ma a carriera ci sono stati due episodi. Un direttore artistico entrò nel mio camerino, all’intervallo della recita, e cominciò a urlare per un problema con un cantante. Fu uno shock. Poi al mio debutto alla Scottish Opera, nel 2013 per Don Giovanni, il primo violino non essendo d’accordo con la mia visione tirò la fila degli archi verso le sue idee».
Il sogno ancora non realizzato?
«Un’opera di Mozart con i Wiener. Ho diretto alla Staatsoper, ed ero in programma con Le Nozze di Figaro. Venne il Covid, fu cancellata e mai recuperata».
In cosa è rimasta romana?
«Amo Roma, la mia città, sono legata ai ricordi del Conservatorio, sono in contatto con le mie amiche del liceo, abbiamo una chat dove ci facciamo gli auguri, organizziamo una pizza insieme, oppure se c’è un’emergenza. Ecco Roma emana un senso di calore, in senso positivo. Cerco di portarlo in giro per il mondo».
E il nuovo ruolo di manager?
«È diverso, ci vuole uno spazio mentale dall’altro lavoro. È un impegno di tutto l’anno, mi piace creare qualcosa con le mie idee, ridando al mio paese un po’ delle esperienze accumulate negli anni. Amo la possibilità di scovare nuovi artisti. Abbiamo Gaelle Soldat alla chitarra, il piano di Yifan Wu, la percussionista Adelaide Ferrière…».
Com’è vivere con la valigia aperta? Louis Lortie, il pianista, ci ha confidato che per diminuire il peso mette le scarpe di vernice, da recital, leggere, nelle tasche del giaccotto.
Sorride: «Ero a Vienna, appena tornata dall’Australia, e sono andata a Milano. Ho un bagaglio che spedisco, con un set di medicine, le scarpe con cui dirigo e quelle per le prove, mise varie. Nel trolley metto le partiture, che sono un problema perché molto pesanti, e le bacchette, che temo mi vengano sequestrate come strumento pericoloso. Mai successo, per fortuna».