Corriere della Sera, 31 agosto 2026
Gaza e Russia, la politica agita la Mostra del Cinema
«Un tempo si diceva che il cinema è il mondo, oggi potremmo dire che i film sono gli hashtag del mondo contemporaneo». Alberto Barbera aveva annunciato così Venezia 83, la Mostra di arte cinematografica di cui cura la direzione artistica per il quindicesimo anno. E, a poche ore dalla cerimonia inaugurale di mercoledì sera, il festival, in programma fino al 12 settembre, si conferma un catalizzatore di riflessi e contraddizioni del presente.
Ieri diverse testate Usa, da Deadline a Variety, hanno ipotizzato che la Biennale avrebbe avuto intenzione di far saltare la consueta conferenza stampa della giuria, quest’anno presieduta dalla regista e attrice Maggie Gyllenhaal. L’incontro, per la cronaca, ci sarà. Ma la vicenda conferma quanto gli incontri stampa dei grandi festival siano momenti delicati. Occasione per sollecitare registi e attori su temi di attualità, a partire dalla questione palestinese: l’anno scorso il presidente Alexandre Payne aveva messo le mani avanti, dicendo di non sentirsi preparato a rispondere su Gaza. E, dalla Berlinale 2025 era rimbalzato l’invito di Wim Wenders a tenere distinte arte e politica.
Difficile accada al Lido. La presenza in giuria – accanto ai registi Xavier Giannoli, Shahrbanoo Sadat e Johnnie To, oltre al compositore Daniel Blumberg e il semiologo e critico Francesco Casetti – di Kaouther Ben Hania, vincitrice morale del Leone d’oro dell’anno scorso con La voce di Hind Rajab ne è una conferma. Grazie a lei, ha fatto il giro del mondo la vicenda della bambina palestinese colpita dall’esercito israeliano nel gennaio 2024 mentre era in auto con zii e cugini.
Intanto sono già centinaia le firme – comprese quelle di Annie Ernaux, Roger Waters, Matteo Garrone, Anna Foglietta, Fabrizio Gifuni, Greta Scarano, Jasmine Trinca, Luigi Lo Cascio – in calce al nuovo appello di Venice4Palestine che rinnova l’invito a azioni concrete per la Palestina e sollecita, tra l’altro, la Biennale a esporre la bandiera palestinese durante la Mostra, in occasione della presenza dei due film palestinesi Al Mowaten Osama di Ahmed Hassouna (fuori concorso) e Hiwar ma’ albahr di Muayad Alayan (nella sezione Spotligh). Di Gaza si parlerà, eccome, grazie alla presenza in concorso di Naza, diretto da Yuval Abraham e Rachel Szor, già coautori del doc sull’occupazione israeliana dei territori palestinesi, No Other Land, vincitore dell’Oscar 2025.
La sinossi di Naza parla chiaro: «Girato di notte sui tetti di Tel Aviv, il film rivela in dettaglio i sistemi alla base della calcolata uccisione di massa di civili palestinesi da parte di Israele a Gaza».
Mentre si prepara il red carpet pronto ad accogliere i divi, Venezia apre i conti con il presente. E le sue complessità. Come quelle legate a un altro titolo di cui già si è discusso: il monumentale Dau del regista russo dissidente Ilya Khrzhanovsky, posto dal regime di Putin nella lista degli «agenti stranieri».
Un «atto di accusa contro ogni sistema totalitaristico», secondo la Biennale, che così ha replicato al governo ucraino che contestava la presenza del film in concorso.